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QUESTA SERA IN ANTEPRIMA PER GENOVA AL “CLUB AMICI DEL CINEMA” IL FILM-STORY “FEDELE ALLA LINEA” SU GIOVANNI LINDO FERRETTI

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fedeleallalinealnGENOVA 10 GIU. Eccolo, anche a Genova. “Fedele alla linea” il film-story su Giovanni Lindo Ferretti. Guru dei “tempi moderni” a cavallo del Terzo Millennio, per molti che lo amano e che sanno apprezzare la sua filosofia-musicale e creativa ma anche vitale, cruda, cruenta (nel senso del sangue…versato, n.d.r.) inno vivente agli uomini e alle donne mammiferi e frutto di un lungo percorso esistenziale, artistico e creativo che va…oltre…molto oltre…tutto e tutti.

Questa sera, lunedi 10 giugno, alle ore 21 per una anteprima “Ovest-Doc” presso il Club Amici del Cinema di Via Carlo Rolando 15 a Sampierdarena (sala Tempietto), verrà proiettato il film-documento per pochi…speriamo tanti convertiti…eletti, “Fedele alla linea” (2013) del regista Germano Maccioni. Presente lo stesso Maccioni ed il produttore Ivan Olgiati.

Ma di chi stiamo parlando? Si chiederà qualcuno. E questo ci fa male…Di Giovanni Lindo Ferretti…e non ci si dica…per favore…”e chi è costui? Noi di LN non lo accetteremmo.


Cantante, autore, scrittore, poeta, cavallerizzo, rude montanaro, ribelle, malato, ex punk rientrato in grembo alla Santa Madre Chiesa della sua infanzia, uomo ricco di contraddizioni e di grande carisma e umanità, Giovanni Lindo Ferretti pare aver vissuto tante vite nel corso dei suoi 60 anni e adesso, mentre si prepara a mettere in scena un epico spettacolo di teatro equestre coi suoi amati cavalli, che alleva nell’eremo montano di Cerreto Alpi, dove è nato e dove vive, si è deciso a raccontarne un pezzo nel documentario “Fedele alla linea”, diretto dal giovane regista e attore teatrale (era anche Don Ubaldo in “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti) Germano Maccioni.lindoferrettigiovanniln

Lo presentano oggi a noi di LN (…”fedeli alla linea”…come lui…ever forever…) in esclusiva.

Un tempo bandiera dell’estrema sinistra. Anche di questo parla il documentario, con immagini e parole, in maniera molto personale. Ci dice Lindo Ferretti, al quale chiediamo cosa ne pensi delle reazioni spesso anche estreme a questa sua scelta di vita:

“Penso che lo stupore sia una condizione essenziale del mio rapporto con la realtà, e tutto è nato da un libro di riflessioni che ho scritto, che è piaciuto molto al di là di ogni mia previsione all’allora boss della Mondadori, Cottafavi, che ha deciso di pubblicarlo. Non avrei mai pensato che la storia di un ritorno a casa potesse fare tanto scalpore. Nel mondo in cui viviamo c’è un abuso delle parole e ognuno di noi deve fare i conti con la propria storia. A ogni credente è chiesto di convertirsi ogni giorno, e quindi questo vale anche per me e in questo senso è giusto parlare di una mia conversione. Ma io sono semplicemente ritornato a casa.

A un certo punto ho cambiato completamente il mio approccio alla vita. Tutta la costruzione che mi ero fatto con enorme fatica negli anni, rispetto alla vita, è crollata miseramente e ho dovuto riconoscere, prima con un po’ di astio, poi in modo sempre più positivo, che alla fin fine aveva molto più ragione mia nonna, che era una vecchia illetterata montanara, di tutti i maestri di pensiero che avevo frequentato in tutta la mia vita accademica e sociale. E quindi per certi versi ho anche riscoperto Dio: io ero stato un bimbo cattolico, ero stato allevato all’interno di una cultura e di una tradizione che ho abbandonato e che ho pian piano ritrovato.

Quello che è stato detto su questa mia storia mi lascia assolutamente indifferente. Per certi versi io ho un’immagine pubblica, quindi ogni persona ha diritto di dire esattamente quello che vuole. D’altra parte, ricevo moltissimi inviti a volte anche di persone più che dignitose perché vada a testimoniare questa mia conversione, ma io non sono la persona adatta, non ho davvero niente da testimoniare al di là del fatto che ho una religiosità che è quella in cui sono cresciuto e che è molto tradizionale, fatta anche di consuetudini. Non sono un nuovo teologo, non ho visioni e insegnamenti da dare a nessuno, dico le preghiere come mi hanno insegnato a dirle da bambino, perché comunque trovo che, rispetto a tutte le chance che ho avuto nella vita, questa sia quella che più mi da soddisfazione quotidiana. La fede è funzionale alla mia vita, se continuassi ad andare in giro a parlarne diventerei una macchietta”.

Germano Maccioni parla della sua visione del film: “[…]nasce da questa nuova storia di Giovanni, il progetto teatrale “Saga”, che fin dall’inizio mi pareva radicalmente forte, per cui ho deciso di farlo. Poi lui mi ha detto: ‘sono disposto a parlare di cose di cui non ho più voglia di parlare’ e quella è stata la scintilla. “Saga” è una cosa strepitosa, un’opera equestre, ma questa – che a mio avviso è una domanda di significato nel suo arco esistenziale – ha preso il sopravvento. Sono partito da una poesia di Pasolini, “Io sono una forza del passato”, quella che ne “La ricotta” fa dire ad Orson Welles. Lui arriva sulla Tuscolana, io mi sono fermato all’Appennino e alle Prealpi perché ho cominciato a vedere un enorme potenziale in questo mondo abbandonato, e poi Giovanni mi ha detto ‘in questo paese si è vissuto un lungo Medioevo e poi è arrivata la strada’, e un giorno andando su ho visto questa strada collassata, sgretolata, e questa immagine ha fatto il resto”.

Sul perché ha deciso di raccontarsi, Lindo Ferretti ci dice: “Ho permesso ai ragazzi, che sono miei ex allievi di bottega, di entrare nella mia casa e farmi domande che non mi sarei mai fatto fare da nessuno e non ho tagliato nulla. Quest’anno compio 60 anni ed è un’età in cui uno può essere leggero e fottersene anche un po’”.

Durante l’incontro l’artista scherza col regista e coi suoi “ragazzi di bottega”, racconta di essersi anche un po’ arrabbiato con loro, a volte, di fronte a certe domande, e che queste reazioni si vedono nel film, in cui niente è stato preparato. Sull’origine del progetto questa è la sua versione: “io sono andato dai miei ragazzi a chiedergli di investire in una mia visione, io sono il committente e loro hanno accettato subito la proposta. L’ho fatto perché mi sono ritrovato ad avere questa visione di un teatro montano, in un posto abbandonato dagli uomini, dove però io vivo bene e con cui mi sento in debito. Non può essere che un teatro epico, voglio fare un teatro barbarico che non abbia nessuna luce se non la luce naturale, che non ha nessuna denuncia da fare, è la presentazione di un mondo poco prima che muoia, e so che è una cosa folle, destinata al fallimento.

giovannilindoferretticavallolnVolevo che qualcuno raccontasse bene questo fallimento inevitabile. Li ho anche rimproverati perché raccontavano poco dei cavalli e troppo di me. Il titolo del film doveva essere “Saga. Il canto dei canti”, ma loro mi hanno convinto facilmente che il titolo vero era un altro. Non si può sbagliare il titolo, loro me l’hanno proposto con molto timore, forse avevano paura che li picchiassi, io ho sorriso e ho detto ‘mi sembra una bella idea’.

Grazie alla Cineteca di Bologna (in collaborazione con Artcolture e Apapaja), “Fedele alla linea” arriva al cinema a partire dal 10 maggio in molte città italiane e ovunque ne venga fatta richiesta . E vale assolutamente la pena di vederlo.

In una stalla, nel silenzio, un uomo compie il gesto antico della ferratura di un cavallo. Inizia così “Fedele alla linea”, il bellissimo documentario che Germano Maccioni dedica dunque a un personaggio carismatico come Giovanni Lindo Ferretti, ex bandiera del punk rock e della sinistra più estrema, guru musicale oggi tornato alle sue radici montanare e alla fede cattolica, in un cammino a ritroso compiuto anche con dolore, con la forza di un corpo devastato dalla malattia e di una mente sempre lucida, alla ricerca dei valori semplici ed essenziali della propria infanzia: gli animali, la natura, la religione.

Scrittore, poeta e intellettuale, ma – e il teatro epico “Saga. Il vanto dei canti” lo dimostra – soprattutto uomo di spettacolo e straordinario performer, Lindo Ferretti si mette a nudo di fronte alla macchina da presa di quelli che sono stati “suoi allievi di bottega”, e che dimostrano di aver fatto tesoro dei suoi insegnamenti.

“Fedele alla linea” non cade nella trappola tipica di molti documentari biografici: le immagini scelte non si limitano ad illustrare la storia raccontata o a situare il protagonista nel tempo e nello spazio. Sembrano piuttosto l’emanazione delle sue parole, e rendono comprensibile una vicenda umana complessa come la sua anche a chi non ne sa niente. La narrazione di Maccioni non ha niente di meccanico, è fluida e ricca come l’eloquio di Lindo Ferretti, quel suo modo di parlare un po’ forbito e letterario, col tono splendido di una voce che cattura l’ascoltatore e lo trasforma nel bambino che ascolta le storie dei santi, visita i morti e viene allevato da donne forti e ferme nella loro difesa della tradizione, tenaci come la montagna emiliana che ha dato loro i natali.

“Fedele alla linea” è intessuto di immagini, canzoni e interviste di repertorio dai tempi (gloriosi..per pochi…) dei CCCP alla militanza coi CSI, che mostrano l’evoluzione di un uomo che nei suoi quasi 60 anni ha vissuto molte vite e ha altrettante volte sfiorato la morte, che ha sposato la ribellione e la contestazione giovanile ed è partito per un viaggio in Mongolia da cui ha fatto fatica a ritornare.

Al documento si sposano perfettamente le scene dei film di Pudovkin scelte come commento visuale delle parole del protagonista. Tra questi, sovrani, i cavalli con la fatica, l’istintualità e la forza selvaggia che si leggono sui loro corpi nobili ed eleganti, domati ma mai domi, col timore che brilla nei loro grandi occhi e lo spettacolo selvaggio, epico e barbarico per voce recitante e acrobazie equestri che è il teatro voluto da Giovanni Lindo Ferretti. Che oggi è pacificato e non si fa più bandiera per e di nessuno, comunque si giudichi la sua scelta di vita. E che scopre di essere figlio di sua madre nel profondo, come il puledro nato da poco e ancora malfermo sulle gambe nel finale del film.

Asceta ed eremita, uomo dotato di un gran senso dell’umorismo e capace di rievocare con divertito imbarazzo una fallimentare spedizione allo Zecchino d’Oro, Giovanni Lindo Ferretti ci regala con “Fedele alla linea” una parte di sé che non aveva mai concesso altrove. E dal momento che la distribuzione del film è disposta a portarlo ovunque venga richiesto, ci auguriamo che siano in molti a farlo e in moltissimi a vederlo, perché dalla condivisione di questa personalissima esperienza usciranno senz’altro arricchiti e più liberi dai loro pregiudizi.

Grazie di tutto…Giovanni Lindo e grazie ancora del “tuo” personalissimo  “Co.Dex”, insopprimibile, inesauribile, immenso capolavoro tra filosofia e arte del 2000 che ci ha aperto…a noi reporter di guerra una nuova prospettiva di lavoro in nome dell’umanità “scacchiere” dei potenti.

Marcello Di Meglio

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