Premio della Critica ad Elio de Capitani

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Elio De Capitani
Elio De Capitani
Elio De Capitani

PIACENZA. 19 NOV. Ieri sera, 18 novembre 2015, al Teatro Municipale di Piacenza i critici Enrico Marcotti e Nicola Arrigoni hanno consegnato, a nome di tutta l’ Associazione Critici Italiani il Premio Anct 2014 ad Elio De Capitani che non aveva potuto partecipare alla cerimonia di Volterra dello scorso anno perché impegnato all’estero. Un Premio gradito che conferma l’attenzione dell’ Associazione a quanto di importante e vivo è presente sui palcoscenici italiani.

Che Elio De Capitani avesse anche il carisma del grande attore lo si era visto subito. Fin da quando, spavaldo e violento Iron, il capobranco di Nemico di classe, si era imposto neanche trentenne nella memoria di chi frequentava il Teatro dell’Elfo di Milano. Ma fin da allora (correva l’anno 1982) era anche difficile scindere il talento mattatoriale da quello di regista, di direttore artistico e di sensibile rabdomante di una ricerca drammaturgica capace di collegare Shakespeare con Tennessee Williams, Fassbinder con Arthur Miller per arrivare a Tony Kushner e Peter Morgan, senza dimenticare Alan Bennett. In questi ultimi anni, infatti, sua e dell’ensemble dell’Elfo, è un’opera di scavo nella drammaturgia anglosassone, soprattutto americana, che, nella stagione 2013-14, con fortunate tournée ancora in corso, lo ha portato, al giro di boa dei 60 anni, a una trionfale maturità creativa come regista e interprete di Frost/Nixon di Peter Morgan e di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Prove, entrambe, dalle molteplici sfaccettature, tese a indagare la disillusione di un sogno americano ormai in frantumi. Nel primo lavoro, duello all’ultima parola tra il giornalista David Frost (Ferdinando Bruni, sodale di sempre) e l’ex-presidente Richard Nixon, dimissionario in seguito al Watergate, De Capitani incarna con stupefacente mimesi il presidente americano, al quale presta accenti di dolente umanità in una confessione quasi liberatoria sugli intrecci malsani tra informazione e politica, verità e menzogna. Nel secondo si fa carico, ancora una volta regista e protagonista, dei fallimenti esistenziali del commesso Willy Loman, specchio dell’ossessione del mito del denaro e del successo, che, ieri come oggi, domina la società al di là e al di qua dell’Atlantico. Struggente, pur senza cedere a facili sentimentalismi, il suo Willy, costruito in perfetto equilibrio fra tradizione e inquietudine contemporanea, splendidamente disegnato nel suo umanissimo e tragico smarrimento, entra a pieno titolo nel novero delle più grandi interpretazioni di questo complesso personaggio, accanto a quelle di Paolo Stoppa, Tino Buazzelli, Enrico Maria Salerno e Umberto Orsini.

FRANCESCA CAMPONERO

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