Papa Francesco riceve a Roma presidente Kosovo Hashim Thaci

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thacipapalnROMA 19 GIU. Grandi manovre diplomatico-politiche per il Vaticano interessato agli instabili Balcani del Sud. Ieri il Presidente dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, Hashim Thaci, è stato ricevuto da Papa Francesco per un colloquio di mezz’ora nel Palazzo Apostolico di Santa Romana Chiesa. Lunedi 11 luglio prossimo tocca al Presidente serbo Nicolic.

Il Vaticano non ha ancora riconosciuto lo Stato kosovaro, che si è auto dichiarato indipendente dalla Serbia nel febbraio 2008, regione multietnica a maggioranza albanofona dove peraltro si trovano molti monasteri ortodossi serbi

A dare notizia dell’udienza è stata ieri la stessa presidenza kosovara. Si è trattato di una “[…]udienza di carattere privato[…]”, ha detto il portavoce vaticano, Padre Federico Lombardi, interpellato per un commento.

 

Il presidente del Kosovo Thaci, di etnia religiosa musulmana, si è detto “onorato” dell’udienza, in un messaggio pubblicato ieri sul suo account Twitter in inglese, dove ha diffuso anche una istantanea dell’incontro (in foto). “Discussione profonda e sincera sul Kosovo, l’Europa e i nostri valori condivisi” – ha scritto il primo inquilino di Pristina. Dopo l’udienza papale, il leader kosovaro è stato ricevuto dal segretario per le Relazioni Esterne della Santa Sede, Monsignor Paul Richard Gallagher (il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano per gli Affari Esteri si trova in questi giorni in Ucraina).

Hashim Thaci “[…]ha invitato il Santo Padre a visitare il Kosovo nel prossimo futuro ed ha espresso il suo desiderio che la Santa Sede riconosca lo Stato del Kosovo alla prima opportunità” , -si legge in una nota diffusa anche in inglese dalla presidenza kosovara. In una intervista alla RTK la tv pubblica Radiotelevizioni i Kosovës, il presidente ha affermato: “Il Vaticano ci ha accolti oggi come Presidente della Repubblica del Kosovo e ciò accade solo a livello bilaterale, il livello più alto. Non è il primo incontro a questo livello. Credo che il Vaticano prenderà ufficialmente la decisione di riconoscere il Kosovo nel prossimo futuro. Quindi voglio credere che l’incontro con il Cardinale (Monsignor Gallagher, n.d.r.) sia servito ad accelerare la prospettiva che porti al riconoscimento del Kosovo da parte del Vaticano”.

Nella nota diffusa da Pristina si legge, ancora, che Thaci – “[…]ha riferito al Santo Padre sulle questioni interne ed estere del Kosovo come Stato, capace di voltare la pagina della parte amara della sua storia, e ora incamminato verso un futuro pacifico, stabile, prospero per i propri cittadini e per l’intera regione. Nel corso dell’incontro con il Papa, il Presidente Thaci ha detto che il Kosovo è un esempio nella regione e al di là di essa per la tolleranza e la coesistenza tra popoli di diverse religioni e etnie”. Il Presidente Thaci “[…]ha anche espresso la sua felicità per la canonizzazione a settembre di Madre Teresa”, la Beata in procinto di santificazione nata in territorio kosovaro, «sottolineando che Madre Teresa impersona i valori universali”.

Il 17 febbraio scorso, il Kosovo (almeno la sua larga maggioranza albanese kosovara) ha celebrato i suoi primi otto anni della autoproclamata indipendenza: un atto unilaterale che lo ha reso uno Stato se non de iure almeno de facto, nel contesto di una comunità internazionale che ancora non lo riconosce e all’interno della quale ancora si studiano e si avanzano proposte e progetti per una soluzione della crisi, culminata negli anni 1999-2000 con l’attacco armato della Nato all’esercito serbo che allora era impegnato severamente contro le milizie dell’UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, ben foraggiate di armi, logistica e rifornimenti da Washington per dare la mazzata finale all’allora Presidente Jugoslavo Slobodan Mlosevic e al suo “cerchio magico” reduce da tutte le precedenti guerre parallele balcaniche dal 1991 (conflitto serbo-croato, disfacimento disastroso e sanguinoso della trietnica Bosnia) guerriglia in Kosovo del 1998-1999 appunto.

Di lì a poco più di una settimana, lo scorso 26 febbraio, ecco l’indizione di elezioni presidenziali dagli svolgimenti quantomeno fantomatici e così il Kosovo, a poco più di un mese dalle consultazioni politiche di Belgrado, ha anche un nuovo presidente. Non a caso – la Cia ha organizzato tutto per bene –  ne è uscito Hashim Thaçi, che, al terzo scrutinio è stato eletto da 81 deputati (presenti e votanti) con 71 voti a proprio favore. Può essere significativo il fatto che i restanti 10 voti siano risultati nulli, o comunque non validi, mentre l’altro candidato alla presidenza, Rafet Rama, deputato del PDK, vale a dire appartenente allo stesso partito politico di Thaçi e del quale Thaçi stesso è leader indiscusso, non ha ricevuto alcun voto, nemmeno il proprio…e questo dice tutto.thaciclintonln

Tuttavia, a dispetto del risultato del voto e delle stesse modalità elettorali, si tratta di una elezione non di poco conto: intanto perché rappresenta un “cambio di marcia” significativo negli equilibri rappresentati alla presidenza, con il passaggio da una figura scialba e sbiadita, tuttavia gradita alla comunità internazionale e soprattutto agli Stati Uniti – vero e proprio “dominus” della scena politica kosovara – come quella della ex Presidentessa Atifete Jahjaga; e poi perché costituisce un vero e proprio “coronamento” della carriera politica di Hashim Thaçi, vero e proprio “uomo forte” del Kosovo di oggi, con un passato di “pensatore” burattino e burattinaio al contempo della guerriglia separatista albanese kosovara dell’UCK.

È vero che l’elezione di Thaçi poteva sembrare più che scontata: il Kosovo è oggi governato da una specie di “grande coalizione” tra i due partiti eredi delle due ali politiche maggiori della guerriglia separatista degli anni Novanta, il PDK (il partito di Thaçi stesso, il Partito Democratico del Kosovo) e l’LDK (il partito che fu dello scomparso “ghandiano” Hibrahim Rugova, la Lega Democratica del Kosovo); la presidenza del governo è attualmente espressa dall’LDK, con la figura del Premier Isa Mustafa; il patto non scritto prevedeva, in tale sorta di staffetta istituzionale, che Thaçi fosse appunto candidato “naturale” alla presidenza.

Al punto che non è sfuggito ad alcuni osservatori ed analisti, non solo il fatto che l’LDK non abbia inteso candidare nessuno alla presidenza, ma che anche l’altro candidato, espressione dello stesso PDK come detto, non abbia avuto nemmeno un voto, nemmeno il proprio, e sia stato quindi, di fatto, più un candidato “formale” che un competitor reale, in modo da rendere legittima l’elezione.

In Kosovo, però, nulla è mai scontato come potrebbe sembrare: le opposizioni ultra-nazionaliste (in particolare i due movimenti politici della AAK, l’Alleanza per il Futuro del Kosovo, del’ex capo guerrigliero – passato anche per gli scranni del Tribunale Penale dell’Aja per presunti crimini di guerra ma alla fine assolto – Ramush Haradinaj (in foto) ramushharadinaje “Vetevendosje”, ovvero Autodeterminazione, di Albin Kurti) continuano a boicottare le votazioni e i lavori parlamentari. In tale scacchiere bollente l’elezione di Thaçi alla presidenza si è svolta in un clima da “guerra civile”, con scontri violenti nelle strade di Pristina; il diffuso malumore, sia di carattere politico, sia a livello sociale, rischia di tracimare in violenza diffusa e mette in bilico le chances di sviluppo e convivenza.

L’accordo di normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina (siglato il 19 aprile 2013 e aggiornato il 25 agosto 2015, n.d.r.) impone difficili rinunce e delicate mediazioni ad ambo le parti: da parte kosovara, viene riconosciuta (sebbene sia sistematicamente ostacolata) la costituzione della cosiddetta “Comunità dei Comuni Serbi del Kosovo”, dotata di una autonomia speciale, nel quadro costituzionale kosovaro, specie nei campi dell’economia locale, sviluppo e infrastrutture, scuola e sanità; da parte serba, viene riconosciuto lo status quo, che non impone (a meno di forzature da Bruxelles o Washington) il riconoscimento del Kosovo, ma non ne può impedire l’adesione ai consessi internazionali. Peraltro resta, in punta di diritto, in vigore la nota risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1244 del 1999, ovvero fuori le armate serbe dalla regione e stabilizzazione con il doppio canale militare, con le forze Nato – tra cui circa 4000 soldati italiani a cui è stato assegnato il polo West-Pec o Peje – e civile con l’amministrazione UNMIK, United Nations Mission in Kosovo.

La sfida è l’incertezza, dal momento che si tratta, per tanti motivi, di una regione in bilico, sia in termini sociali, sia in termini istituzionali: i cittadini kosovari soffrono per le condizioni materiali di esistenza, subiscono una disoccupazione galoppante e una povertà diffusa, e patiscono i termini di una serie di limitazioni istituzionali. Lo dimostra il fatto che, ad esempio, i cittadini kosovari siano praticamente gli unici in Europa che ancora devono richiedere un visto per recarsi in area Schengen.

Marcello Di Meglio

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