Olivo, una pianta per l’espressione artistica

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Un olivo secolare
Un olivo secolare
Un olivo secolare

GENOVA. 15 GIU. Olii per dipingere, legni d’olivo per scolpire… Ma l’ olivo da sempre recita nell’arte ruoli di primo piano anche in senso contenutistico, perché reca con sé una dote estremamente ampia di significati, correlati – quasi uno per uno – a sentiti simbolismi.

Possiamo già trovarne rappresentazioni nell’antica Grecia (l’arte antica che avvertiamo più vicina), su vasi raffiguranti atleti impegnati alle Olimpiadi, ornati in testa da un ramo di olivo. Inoltre, gli atleti partecipavano alle gare solo dopo essersi cosparsi d’olio, è immediato infatti pensarli come corpi statuari ed unti, tale prassi costituiva un rituale di purificazione, necessario per poter competere là dove le Olimpiadi erano giochi dedicati espressamente agli dèi. Inoltre, olio veniva anche offerto ai vincitori, segno evidente che le proprietà in senso estetico e cosmetico s’intrecciavano a benefici e valenze più “alte”.

Atena stessa veniva rappresentata con un ramo di olivo in mano, simbolo che rimanda alla nota leggenda circa la scelta del toponimo per la città di Atene.

 

La religione (sin da epoca paleocristiana) sciorina altri numerosi spunti di rappresentazione dell’olivo: ad esempio, le varie Annunciazioni spesso ritraggono l’arcangelo Gabriele con un ramo di olivo tra le mani, indizio di purezza e verginità. Altre volte un ramo di olivo gli cinge la testa, si pensi al celeberrimo trittico di Simone Martini in collaborazione con Lippo Memmi (1333), tempera ed oro su tavola, oggi agli Uffizi, di cui si sono susseguite innumerevoli letture interpretative, da Berenson a Longhi.

Pure Giotto (1267-1337) si cimentò varie volte col tema, soprattutto – e non a caso – nel ciclo di affreschi dedicato a San Francesco, dove in un paio di casi la pianta presenzia lo sfondo, là dove un giovane sale più in alto per poter assistere alla scena.

Il Medioevo stesso, in generale, popola di olivi alcune miniature.

Anche Botticelli (1445-1510), con numerose opere dedicate alla sacertà, ricorse all’albero, per i forti e ineludibili richiami che dal passato continuavano a pervenire sincretisticamente alla fede cristiana (Madonna dei Bardi, Pallade col centauro, Ritorno di Giuditta a Betulia, Orazione nell’orto). E Paolo Veronese impiegò l’olivo come traît d’union apotropaico fra due sposi ne “L’unione felice” (1570 circa).

Ma è l’Ottocento la stagione del verismo anche interiore più compiuto, a cominciare dai Macchiaioli, maestri di mediterraneità costiera e rurale (balza alla memoria la campagna di Settignano nella tela di Telemaco Signorini), per poi, nella seconda metà del XIX secolo, anche tramite le “esplosioni” di follia di Van Gogh, approdare ad una rappresentazione dell’olivo ormai sempre più ricorrente.

Nel 2006 presso villa Faravelli ad Imperia (città che ha con l’olio un legame indissolubile) venne allestita una mostra d’arte dedicata in toto all’olivo, grazie ad opere dal XVIII secolo fino alla contemporaneità, naturalmente riservando un focus affettuoso all’arte ligure, che a propria volta descrisse l’olivo sia come protagonista dei paesaggi locali (Rayper, Merello, Saccorotti, Salietti, Discovolo, Rambaldi, Cascella…), sia di fatto come elemento evocativo. I contemporanei in quell’occasione esibirono visuali e tecniche nuove rispetto al passato. Straordinario prima di tutti il “naturalismo” figurativo di Ennio Morlotti (scomparso nel ’92, sodale dagli anni ’60 del “mitico” Francesco Biamonti), Morlotti il quale in gioventù, apprendista pittore, lavorò come contabile proprio presso un oleificio. La forza pastosa dei suoi colori, “fissi” sotto un cielo azzurro-cobalto, profuma di mare.

Umberto Curti, www.ligucibario.com

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