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Memorie e inquietudini nella raccolta al Castello D’Albertis

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Memorie e inquietudini nella raccolta al Castello D’Albertis

GENOVA. 14 GIU. Domani, giovedì 15 giugno ore 18 al Castello D’Albertis  ci sarà l’inaugurazione della mostra “Per piccina che tu sia. Memorie e inquietudini dell’abitare” a cura di Vincenzo Padiglione e Maria Camilla De Palma dalla collezione di Fabrizio Ago, con opere fotografiche di Mohamed Keita.

Sono oltre 1000 le casette souvenir da tutto il mondo che popoleranno logge, sale da pranzo e scaloni di Castello D’Albertis Museo delle culture del mondo di Genova, dimora per eccellenza di un viaggiatore globe-trotter ottocentesco.

Raccolte da Fabrizio Ago nei suoi viaggi o a lui giunte in dono da amici e parenti come riflesso dei suoi interessi professionali, queste miniature di edifici storici e di architetture locali si sono trasformate, quando si è separato, in giocattoli con cui trascorrere ore liete ed istruttive con i suoi figli, per diventare nel tempo un suo invadente gioco ed assurgere a pieno titolo a collezione di arte turistica.


Prendendo l’avvio proprio dalla visione del mondo del collezionista, la mostra propone un rapido excursus tra diverse tipologie di ripari, tende e case di tutto il mondo grazie ai materiali frutto della ricerca di Gian Carlo Cataldi e Gian Mario Aspesi (oggi visibile presso il Museo di Ghelli di San Casciano Val di Pesa), ma giunge ad esplorare l’immaginario della casa, del multiculturalismo, della crisi contemporanea dell’abitare attraverso varie tappe di un racconto visivo fatto di installazioni e immagini tra nuvole, valigie e tavole imbandite.

Il tema ombra della mostra è la casa che incontra incubi e smottamenti, terremoti reali e finanziari, cambiamenti del clima, mutui subprime, abbandoni per migrazioni o per gentrificazione, la casa popolata da abitanti di passaggio di un B&B.

Stralci di video e servizi giornalistici d’attualità fanno da sfondo a insediamenti multiculturali in miniatura che rievocano l’utopia della convivenza praticata a Sarajevo; il tema, tra nuvole e valigie si sviluppa in seguito attraversando “camere delle meraviglie” e post-esotismi, ed esplode nel finale con le opere fotografiche di Mohamed Keita, rifugiato politico arrivato in Italia nel 2010. Con la tappa Ho abitato a Termini, ci consegna le foto scattate nel 2011 tra i senza fissa dimora che come lui dormivano alla stazione.

Le ultime installazioni, che denunciano la trasformazione dei paesi in località e “non luoghi”, troviamo noi stessi trasformati in apolidi, in s/oggetti mobilitati dalla globalizzazione, affacciati sulla città e sul porto con l’interrogativo su Come andrà a finire.

f.c.

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