L’umana angoscia nella Salomè di Strauss

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Una scena della Salomè di Strauss al Teatro Carlo Felice
Una scena della Salomè  di Strauss al Teatro Carlo Felice
Una scena della Salomè di Strauss al Teatro Carlo Felice

GENOVA.  23 MAG. Sette portali che si chiudono su una falsa prospettiva che nasconde l’oscura e profonda ferita della terra in cui c’è l’importante prigioniero, sono la perfetta cornice per l’opera pre espressionista di Richard Strauss, Salomè, firmata da Rosetta Cucchi. Un’opera che anticipa molti aspetti costitutivi della cultura che si affermò in Germania e nel Nord Europa nel secondo decennio del nostro secolo.

Certamente nella Salomè di Strauss manca l’elemento della denuncia sociale e politica, che del teatro espressionista è una caratteristica ricorrente, ma la violenza espressiva, il senso di umana angoscia, la solitudine dei personaggi che nel loro agire hanno perduto ogni forma plausibile di ragionevolezza e la loro costituzionale incapacità di comunicare ci sono tutti.

Il linguaggio in Salome è forse l’aspetto che più degli altri sembra giustificare l’ affermazione di Thomas Mann: “Avanguardia e sicurezza si traducono in un’armonia dissociata e dissonante quant’altre mai, eppure tonalissima; in una ricchezza polifonica smisurata eppure fondata su pochissimi motivi dominanti in una orchestrazione a dir poco lussureggiante (imponente l’organico orchestrale, che, oltre agli strumenti tradizionali, comprende numerose percussioni, organo, armonium ed un particolare oboe baritono di recente costituzione, denominato Heckelphon), eppure non aliena da effettismi della più vieta tradizione; in un melodismo ed in una vocalità, infine, di violento stile declamato eppure non scevra dalla plasticità, persino “volgare” a tratti, del gesto verista. Questa Salome è insomma una partitura costruita a regola d’arte da quel formidabile artigiano che fu Richard Strauss”. Questa illustre citazione dice tutto quello che lo straordinario Fabio Luisi ha espresso magistralmente attraverso l’orchestra del Carlo Felice sabato sera alla prima dell’opera che non veniva eseguita nel teatro genovese da ben 13 anni.

 

Un orchestra forte e potente tanto da oscurare le voci dei cantanti soprattutto nella parte iniziale, il che possiamo considerare l’unica pecca di questa straordinaria messa in scena, senza dubbio fiore all’occhiello di questa stagione operistica 2015-16.

La regia della Cucchi ha perfettamente reso lo straordinario e assoluto testo di Wilde che vuole una Salome pervasa da un amoremalato, ossessivo ed inesorabile che la porta all’estrema conseguenza dell’annientamento del suo stesso oggetto di passione. La Cucchi è bravissima nel tirar fuori quel decadentismo in cui viene paradossalmente valorizzato il “bello” del brutto disgustoso, deforme, orripilante ai limiti del patologico per questo ci presenta  con disinvoltura Salome che bacia la testa di Jochanaan (anche se in forma di maschera) che sputa sangue dal collo tranciato.

Ottimo il cast di cantanti che ricoprono i quattro ruoli protagonisti, tra cui indubbiamente primeggia Lise Lindstrom.  Un plauso a Beate Vollack, ballerina e coreografa tedesca che ha sostenuto perfettamente gli otto minuti della la famosa danza dei sette veli, parte chiave della rappresentazione in cui la musica trova una sorta di ‘catarsi’ nel momento della danza”.

Salome sarà in scena fino a sabato 28 maggio.

FRANCESCA CAMPONERO

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