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L’omicidio di Yara Gambirasio: ricostruzione e processo

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Yara Gambirasio

BERGAMO. 17 LUG. L’omicidio di Yara Gambirasio è un caso giudiziario che ha visto come vittima la tredicenne di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, uccisa il 26 novembre 2010.

Il delitto ha assunto una grande rilevanza mediatica, oltre che per l’età della minorenne, per l’efferatezza del crimine e per i diversi avvenimenti nel corso delle indagini, come l’arresto e il successivo proscioglimento di un primo sospettato, le circostanze del ritrovamento del corpo, le modalità per l’individuazione del presunto assassino, ma anche per il discusso risultato del DNA che è stato contestato dalla difesa dell’imputato.

Il relativo procedimento giudiziario si è concluso in primo grado il 1º luglio 2016 con una sentenza di ergastolo per Massimo Giuseppe Bossetti, riconosciuto come unico colpevole dell’atroce delitto.


I fatti.

Venerdì 26 novembre 2010. Alle 18:44 Yara, è sola e lascia il Centro Sportivo di Brembate di Sopra dove si allena in ginnastica ritmica. Lei abita a 700 metri dalla casa, ma non vi farà mai rientro, in quanto le sue tracce vengono perse poco dopo.

Alle 18:49 il suo telefonino aggancia la cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate, dopodiché il segnale scompare.

Il primo fermo.

Il 5 dicembre viene fermato a bordo di una nave diretta a Tangeri e partita da Genova, l’operaio marocchino Mohammed Fikri, che lavora in un cantiere a Mapello, dove i cani molecolari sembrano aver rilevato l’ultima traccia di Yara e dove si è agganciato, per l’ultima volta, il cellulare della vittima.

L’operaio viene incriminato per un’intercettazione telefonica ambientale nella sua lingua. Poi l’intercettazione, a causa di una traduzione errata, diventa senza valore con l’immigrato che risulta, così, estraneo alla vicenda dimostrando anche che il suo viaggio in Marocco era stato programmato da tempo e viene scarcerato.

Il ritrovamento del corpo di Yara.

Il corpo di Yara viene ritrovato per caso solo tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo aperto a Chignolo d’Isola, distante una decina di chilometri da Brembate di Sopra.

L’esame autoptico evidenzia diversi colpi di spranga sul corpo, un trauma cranico, forse procurato da una pietra, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo, queste ultime non letali.

Viene anche ipotizzato che Yara sia morta successivamente all’aggressione, a causa del freddo e dell’indebolimento dovuto alle lesioni. Sul corpo non appaiono segni di violenza carnale.

Il 28 maggio avvengono i funerali di Yara nel centro sportivo con la partecipazione di migliaia di persone e durante i quali viene anche letto un messaggio del presidente della Repubblica.

Nel frattempo lo scrittore Roberto Saviano ipotizza un possibile coinvolgimento della criminalità organizzata e del traffico di cocaina nei cantieri edili del bergamasco. Saviano sostiene che il padre di Yara, il geometra Fulvio Gambirasio, avesse testimoniato contro imprenditori collusi con la camorra e che il rapimento fosse una ritorsione malavitosa, ma la circostanza viene smentita.

Le indagini sono poi proseguite a fondo, senza però dare nuovi sviluppi per oltre tre anni per carenza di indizi.

Ignoto 1 e l’arresto di Massimo Bossetti. 

Sugli indumenti intimi di Yara viene rilevato del DNA ritenuto dall’accusa riconducibile all’assassino, denominato ‘Ignoto 1’.

Viene attivato uno screening dei possibili DNA correlati e si arriva a quello di un frequentatore di una vicina discoteca, una persona risultata, poi, estranea ai fatti e fra i tanti sottoposti a prelievo del Dna.

Proprio da tale indagine di screening analizzando vari soggetti del ramo familiare con profilo genetico via via più strettamente correlato, si arriva a tale Giuseppe Guerinoni. Guerinoni risulta, però, deceduto nel 1999, non può essere l’assassino e viene identificato come padre di ‘Ignoto 1’.

Solo dopo molti tentativi, con l’aiuto della confidenza di un collega dell’autista a proposito di una sua relazione risalente a molti anni addietro, si è riusciti a individuare anche la persona con DNA compatibile con la madre di Ignoto 1, abitante in un paese vicino, tale Massimo Bossetti.

Sulla base di alcuni indizi, a uno dei due figli della donna, Massimo Bossetti, viene prelevato con uno stratagemma il DNA, che l’accusa, con la certezza virtuale propria della prova genetica, individua come corrispondente a quello di Ignoto 1.

Per questo il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore incensurato di 44 anni.

Altro elemento portato dall’accusa è il fatto che Bossetti avrebbe stazionato e sarebbe passato ripetutamente con il proprio furgone davanti alla palestra di Yara, nella strada visibile nelle telecamere di sorveglianza.

Tuttavia, per ammissione dello stesso colonnello del R.I.S. Lago, il filmato diffuso dai carabinieri, che riprenderebbe il furgone del Bossetti, sarebbe stato montato ad uso della stampa partendo da immagini diverse e, come dichiarato da subito e non vi è la certezza che mostri sempre lo stesso automezzo.

La difesa contesta la prova genetica per la mancanza di DNA mitocondriale nel campione esaminato, che normalmente sarebbe sempre associato a quello nucleare.

Inoltre tale tipo di DNA è presente sugli indumenti di Yara ed è riferibile a più individui, ma non a Bossetti. La procura sostiene che ciò sia effetto di contaminazione, affermando la validità del test anche se relativo al solo DNA nucleare.

Bossetti sostiene il trasferimento accidentale di DNA da alcuni attrezzi rubatigli, sporchi del suo sangue a causa di epistassi, di cui soffrirebbe regolarmente.

La moglie di Bossetti afferma che il marito era con lei a casa la sera del delitto, mentre la sorella gemella denuncia misteriose aggressioni che, per la procura, sono infondate.

Il processo.

Il 28 febbraio 2015 vengono chiuse le indagini e Bossetti, resta l’unico indagato: per lui arriva il rinvio a giudizio.

La difesa ne chiede invece la scarcerazione, valutando poi l’opportunità del rito abbreviato, sostenendo che tra i numerosi reperti di DNA presenti sul corpo sarebbe stata ritrovata una traccia più chiara di quella di Bossetti, relativa a un individuo definito dagli avvocati ‘Ignoto 2’.

Il criminologo Alessandro Meluzzi, consulente di parte, sostiene la difesa che contesta il processo di identificazione di Bossetti con Ignoto1 in quanto il DNA sarebbe contaminato.

Chiede anche un’indagine sugli intestatari dei numeri di telefono presenti nella SIM del cellulare di Yara, molti dei quali sono stati sentiti dagli investigatori.

Gli avvocati contestano anche la presunta non ripetibilità del test del DNA, effettuato senza la presenza della difesa; tuttavia nel momento della determinazione del profilo genetico di Ignoto 1, Bossetti non era noto alla polizia né tantomeno indagato.

Il 27 aprile 2015 inizia l’udienza preliminare  davanti al Gup del tribunale di Bergamo, del processo di primo grado contro Bossetti con l’accusa di omicidio volontario aggravato e calunnia nei confronti di un collega.

Il GUP decide l’apertura del processo davanti alla Corte d’Assise per il 3 luglio 2015.

La difesa di Bossetti convoca ben 711 testimoni, sostenendo come Yara sia rimasta vittima di bullismo o collegando il fatto ad altri delitti avvenuti nella stessa zona.

Il 1º luglio 2016, in primo grado, la Corte d’Assise di Bergamo condanna Massimo Bossetti all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.

La Corte riconosce inoltre l’aggravante della crudeltà e revoca a Bossetti la patria potestà sui suoi tre figli. Non viene invece accolta la richiesta del Pubblico Ministero, che aveva chiesto per l’imputato anche l’isolamento diurno per sei mesi.

La Corte dispone risarcimenti pari a 1.300.000 euro, di cui 400.000 euro per ogni genitore di Yara, 150.000 per ogni fratello di Yara e 18.000 euro per gli avvocati. Bossetti viene invece assolto dall’accusa di calunnia.

Il processo d’appello si è iniziato il 30 giugno 2017.

La difesa ha esibito come nuove prove una foto satellitare e la consulenza del genetista inglese Peter Gill, sostenendo che il corpo della vittima sarebbe stato spostato e il DNA depositato molto dopo il delitto, circostanza negata dalla procura e dai giudici nella sentenza di primo grado.

Questa sera a Brescia ci sarà la formulazione del verdetto della Corte d’assise d’Appello con l’udienza che è iniziata con alcune dichiarazioni spontanee di Bossetti.

In tarda serata la Corte d’assise d’Appello ha confermato l’ergastolo per Massimo Bossetti.

Massimo Bossetti

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