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L’esecuzione ovvero chiAmare la vita in punto di morte

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Al Duse “L’Esecuzione” di Vittorio Franceschi

“L’esecuzione” racconta, con un testo corposo e singolare, le ultime ore di vita di un uomo legato, ferito, accecato, che aspetta di essere giustiziato: un uomo pieno di vita come un uovo ma non più in grado di rompere il guscio (o forse non lo è mai stato).

La certezza della fine imminente aumenta la ricerca della vita attraverso lo spettacolo dello stesso vivere: si  osserva la vita  anche dell’altro, una donna  occasionale compagna, fin dalle azioni più ripetute ed insignificanti, sottilmente esortandosi a vicenda a parlare della propria esistenza quasi con tenerezza.

Un motivo pirandelliano (vedi “L’uomo dal fiore in bocca”) che ritorna in questo pezzo dove il dramma dell’esistenza  difficile ed incompiuta è duplice: fuori vi è la guerra, dentro un inferno anche peggiore, la consapevolezza di non aver saputo vivere con pienezza e responsabilità la condizione di uomo.


Tornare indietro non è più possibile, l’esecuzione è domani: un, anelito tardivo alla vita dalla quale ci si è ritirati, forse conseguenza di un’infanzia costretta ed infelice, che ha impedito una corretta maturazione della personalità. Così è, ma non si spegne il desiderio di sentirsi ancora vivi, accompagnati dal dolore fisico che ci si rifiuta di lenire, che aiuta a vivere pienamente le ultime ore.

Reminescenze religiose affiorano, quasi sempre presenti nell’ ultimo tratto  della vita.

L’uomo sa che non c’è più scampo e, chiuso nella sua dolente cecità, non è più in grado di apprezzare neppure il richiamo della natura che è appena là fuori: non cerca di sapere, lascia che sia la compagna ad osservare e commentare.

La donna, che gli sta accanto senza un perché, snoda una personalità ambigua: da una parte favorisce e raccoglie i racconti dell’uomo e li ricambia, dall’altra gli sta cucendo un lenzuolo-sudario.

L’interpretazione è memorabile, perfettamente integrata nella regia sommessa  e nell’ambientazione in un locale/stalla/ripostiglio sfasciato ed in rovina.

Vittorio Franceschi (Bologna 1936) arriva al teatro dopo una solida esperienza cabarettistica ad impronta politica; ha lavorato per i principali teatri italiani a  Genova, Milano, Torino, Bologna, Roma. Oggi continua la sua attività di attore, scrittore, regista ed è condirettore della scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone di Bologna.

Elisa Prato

 

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