Lavia e la paura della morte al Duse

0
CONDIVIDI
Lavia e la paura della morte al Duse

GENOVA. 1 OTT. Lavia questa volta più che in altre ha sentito il bisogno di tirare furi quello che ognuno di noi ha dentro di sè: la consapevolezza della fine della vita. Certo la paura della morte  non è in tutti nella stessa maniera, soprattutto, per fortuna, non tutti pensano con costanza a quel momento di trapasso che ci porterà chissà dove, ma se, e quando, il pensiero va lì, è angoscia per tutti. Un’angoscia tale da condizionare anche la felicità del presente, un’angoscia che toglie paradossalmente anche la voglia di vivere.

Non a caso il grande attore e regista italiano ha scelto per questo suo nuovo lavoro l’atto unico di Pirandello “L’uomo dal fiore in bocca”, tratto dallo stesso autore da una novella scritta anni prima e intitolata La morte addosso.

Nel nuovo spettacolo di Lavia, che ha debuttato ieri sera al Duse,la paura arriva sul palco dal primo momento in cui irrompe con grande (e forse troppa) sonorità un tuono che preannuncia un temporale. Siamo di notte e quello che la perfetta scena di Alessandro Camera fa vedere è la sala d’aspetto di una stazione stile primi novecento, con una grande vetrata sul fondo, due grosse porte ai lati e una lunga panca al centro destinata ai viaggiatori in attesa. Domina un orologio tondo in alto, al centro della vetrata, dove non ci sono lancette. Del resto non occorre più misurare il tempo per raccontare l’eternità. Le luci e la colonna sonora scelte da Lavia riportano ad un immagine da film che cambia repentinamente appena comincia il dialogo.

 

Lavia è seduta sulla panca, gambe allungate e testa reclinata appoggiata alla dorso della mano, quando entra un”uomo pacifico” carico di pacchettini coloratissimi, venti per la precisione, tenuti a stento dalle dieci dita delle due mani. Il protagonista (Lavia) sembra trovare un impulso frenetico di attaccar discorso con questo tipo attaccandosi a lui come una sanguisuga. Per il protagonista interessarsi di chi  vive un’esistenza convenzionale, senza porsi il problema della morte diventa un’urgenza appassionata .

Tutti i particolari e le cose, insignificanti agli occhi altrui, assumono un valore e una collocazione diversa per l’uomo dal fiore in bocca che sa di avere i giorni contati, fino a quando decide anche rivelare a quell’uomo pacifico, e forse anche buono, il suo terribile segreto .

Lavia non smentisce di essere un perfezionista attento nel ricercare ogni sensazione ed ogni gesto che usa non tanto per narrare , quanto per viversi e far vivere al pubblico ogni percezione. E così, in questa sua solitudine, chiusa in un compiacimento masochistico, si crogiola nell’osservazione di gesti quotidiani insignificanti fatti dagli altri che per lui acquistato un valore vitale. Splendida la scena in cui mima quello che immagina essere il giovane commesso del negozio attento a preparare i pacchi dei regali dell’avventore incontrato. Le sue mani esperte non sbagliano un movimento,  un gesto, una mossa, una piega, facendo diventare una poesia l’incartamento di una scatola.

Quello che viene fuori da questa messa in scena è la piana consapevolezza che il regista, arrivato a settantaquattro anni,  ha di quanto, pur non conoscendo mai abbastanza la vita, si senta il bisogno di viverla sempre più intensamente. Così  come sente sia assolutamente indispensabile arrivare anche a disprezzarla quando la morte si avvicina, in modo da potersene andare con meno dolore.

Lo spettacolo rimarrà al Teatro Duse fino a domenica 9 ottobre.

FRANCESCA CAMPONERO

LASCIA UN COMMENTO