La storia delle moto Mi-Val, dalla Valtrompia alla Val Polcevera

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moto Mi-Val
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GENOVA. 26 APR. Il motociclismo, nel suo lungo percorso storico, è costellato di molte piccole imprese che hanno visto la luce sul mercato nazionale, per poi sparire completamente rimanendo nella memoria di alcuni appassionati che hanno il desiderio di mantenere vivo il ricordo.

Nomi noti agli amanti dei motori ma forse meno conosciuti dal grande pubblico, al quale “Guazzoni”, “Demm” e “Rumi” suonano come mai uditi. Eppure, ognuno di questi ha scritto un pezzo di storia non solo delle due ruote, ma di storia nazionale e, come tale va preservata e rammentata.

E’ il caso delle moto “Mi-Val” che abbiamo scoperto grazie a Giuseppe Rebora, appassionato di moto e vera memoria storica di questo marchio, che nato nelle valli bresciane, oggi vive in Liguria e per la precisione in Val Polcevera. Percorriamo insieme a lui il cammino di queste moto.

 

La storia.

Durante la seconda guerra mondiale, a seguito dell’armistizio del 1943, un’importante industria meccanica della provincia di Bologna, la “Officine Minganti” dirette dall’omonimo ingegnere si trasferisce a Gardone Val Trompia in provincia di Brescia, in previsione dell’avanzata delle truppe alleate.

La produzione si stabilizza in Lombardia anche dopo la fine del conflitto.

E’ il 1950 quando una cordata fondata dallo stesso Minganti insieme a Pier Giuseppe Beretta, Giuseppe Benelli e Guglielmo Castelbarco, decide di avviare un’azienda di produzione di veicoli leggeri ed economici ideali per la motorizzazione del del Paese in fase di ricostruzione.

Minganti ha la conoscenza tecnica e meccanica, Benelli pure, Beretta è un noto imprenditore nel settore delle armi con azienda attiva proprio a Gardone Val Trompia ha i mezzi di produzione, ed infine Castelbarco che si associa all’impresa dei tre.

Il marchio “Mi-Val” sta a significare –Metalmeccanica Italiana Val Trompia-. L’idea iniziale è quella di creare veicoli robusti ed economici, spinti da motori due tempi sullo stile della DKW 125 RT, mezzo prodotto in Germania nel 1939 e ritenuta una delle moto più copiate al mondo. Ispirata alla teutonica RT, nasce la “Mi-Val 125 T”, capostipite di una vasta produzione.

La cilindrata salirà poi a 175 cc. ed anche a 200 cc. con la realizzazione di motori anche a quattro tempi, utilizzando soluzioni meccaniche brillanti che garantivano una semplice manutenzione ed una grande solidità complessiva dei veicoli.

La grande adattabilità dei mezzi bresciani permette l’allestimento di varie versioni sportive e per il fuoristrada, cosicchè la “Mi-Val” ottiene vari successi importanti, come il “Campionato Nazionale della Regolarità” comquistato nel 1956, come appare orgogliosamente sul serbatoio di una delle moto in livrea blu ed oro. Anche il fuoristrada è spesso dominato da questi mezzi, tra cui la notissima “Carrù” che con il pilota Emilio Ostorero sul finire degli anni Cinquanta domina la scena tassellata delle due ruote. Dopo lo splendore il calo.

La Mi-Val è presente al salone della moto del 1959 con uno stand che fa bene sperare: nuovi modelli 250 e 350 cc. vengono presentati al grande pubblico ma purtroppo non vedranno mai la luce. La ditta di Gardone chiuderà i battenti definitivamente nel 1960, dopo aver realizzato alcuni ciclomotori motorizzati “Franco Morini” o “Minarelli”.

Con la scomparsa di Minganti ed il declino dell’industria motociclistica, a seguito dell’invadenza delle auto utilitarie, il destino della fabbrica di moto appare segnato.

La produzione a due ruote smette del tutto per convertirsi in industria armiera e di realizzazione di macchine utensli. Il marchio Mi-Val è acquisito dalla Beretta ed anche le scritte sulle fabbriche di Gardone Val Trompia spariscono.

Eppure le moto il cui nome include quel trattino rimangono nella memoria degli appassionati che, grazie a recuperi e restauri mantengono vivo il ricordo di questa casa motociclistica italiana, uno di questi è Giuseppe Rebora.

Lui, abile meccanico, tornitore e con le mani d’oro in ogni lavoro, ci spiega la grande qualità di questi mezzi e la nascita della sua passione per loro. Era un ragazzino quando alcuni amici poco più grandi si incontravano presso una fonte di acqua solforosa poco lontano da casa sua. Lui correva in strada ad ammirare i mezzi.

“C’erano Mondial, Demm e Guazzoni. Tra loro c’era anche un mio cugino con una Mi-Val 125T. Lui era molto appassionato ma con l’arrivo della prima auto ha lasciato la moto a me che ho iniziato a guidare ed anche a smontare…”. spiega sorridendo. Da quel momento in poi il marchio bresciano è rimasto nel suo cuore e, una dopo l’altra ha acquistato i vari modelli. “Mi piace il livello costruttivo molto elevato: ogni componente meccanico è di altissima qualità, alberi motore cementati, metalli trattati termicamente, temprati, vernici resistenti”.

L’elevato standard costruttivo si nota dalla marchiatura “Mi-Val” su ogni singolo componente, dalle manopole alle bielle, dai pedalini agli scarichi. Un segno semplice, eppure tangibile di grande livello di personalizzazione su mezzi con oltre cinquanta anni di storia.
Queste sono le prime moto in Italia ad avere il cambio a cinque marce, ci spiega Rebora mostrando il tamburo del cambio della trasmissione desmodromica che garantisce innesti rapidi e precisi, ma non solo, anche grande cura del dettaglio e innovazione.

“Guarda qui…”, mi dice Giuseppe indicando un faro di una delle moto, “…proprio dentro al proiettore i tecnici avevano realizzato un cilindretto di plastica trasparente con una serie di piccole bolle d’aria che riflettevano la luce, illuminandosi quando il faro era acceso”. “Una fibra ottica ante litteram!”, esclama Alessio, abile tecnico e fine osservatore.

“Esatto… ed eravamo negli anni Cinquanta…”, replica Rebora con un sorriso, sottolineando il grande lavoro di progettazione svolto dalla piccola casa lombarda, che nella sua storia ha realizzato altri oggetti davvero molto particolari, con ruote e non.

Una menzione la merita il “Valletto da panettiere” uno scooter da 50 cc. a ruote basse con due grandi portapacchi in metallo sia anteriormente che sul retro del mezzo, strumento di lavoro per i fornai. Il veicolo era dotato del motore Mi-Val che equipaggiava i ciclomotori ma dotato di ventola di raffreddamento per forzare l’aria sul cilindro, non essendo questo direttamente esposto.

E cosa dire poi del “Mivalino”, ovvero un motoveicolo cabinato a tre ruote, due anteriori ed una posteriore, una sorta di aereo senza ali spinto da motore monocilindrico a due tempi da 175 cc., costruito su licenza “Messerschmitt”, del quale porta il simbolo abbinato alla scritta “Mi-Val” sul muso.

Il mezzo aveva avviamento elettrico e retromarcia. Poteva ospitare due persone. Un mezzo avveniristico che non ha avuto un successo commerciale, offuscato dalla preponderante presenza delle automobili che, con costi abbordabili garantivano maggiore capienza di persone e di oggetti. Ma la genialità del marchio non si ferma qui.

L’inventiva dei progettisti di Gardone realizza un mezzo per spostarsi in acqua: il “Delfino”. Un vero e proprio gioiello, un water kart ovvero un natante mosso da motore a due tempi che, grazie alla spinta imposta all’acqua, permette di muoversi in mare o lago senza nuotare, anche a 12 mph e senza il rischio di un’elica rotante. Un mezzo geniale, che se inavvertitamente sfugge di mano al conduttore inizia a girare in tondo, rimanendo così raggiungibile agevolmente. L’avviamento era a manovella, la quale caricava una molla sul volano che una volta rilasciata generava l’impulso per mettere in moto il monocilindrico. Il “Delfino” era un oggetto geniale per chi effettuasse immersioni, potendo portare con sè bombole d’ossigeno, uno strumento per il soccorso in mare e dalle mille altre utilizzazioni possibili negli specchi d’acqua.

Peccato che l’alimentazione a miscela al 10% generasse il rilascio di olio incombusto e di altri prodotti di scarto che rendevano il mezzo inquinante. Nonostante questo, il progetto era davvero geniale, tanto che la “Mi-Val” ha venduto la licenza in Canada, dove il “Delfino” è stato prodotto per qualche anno per poi sparire definitivamente dalla scena commerciale.

Da ultimo, occorre citare un altro prodotto uscito dalla fabbrica della Valtrompia: il “Cinebox”. Questo oggetto non ha nulla a che fare con i mezzi a due ruote o natanti, ma era uno strumento di puro intrattenimento. Era una sorta di juke-box dove inserendo una moneta era possibile vedere il filmato di una canzone, da Peppino Di Capri a Chubby Checker. Unico difetto del “Cinebox” era il sistema di proiezione di tipo elettromeccanico, il quale era ad alto rischio di combustione. Per questo ne restano ormai pochi esemplari integri.

Giuseppe ne parla con orgoglio, mi colpisce il suo entusiasmo e la sua preparazione. Oggi sento di vivere un’involontaria lezione di storia italiana e di meccanica raffinata, non solo grazie alla Mi-Val ma anche grazie all’inventiva e la genialità di una persona che mi mostra qualcosa di unico creato da lui.

Estrae da una cassetta un ammortizzatore senza molla ma completamente chiuso, simile a quello delle mountain bike attuali: “Questo è un ammortizzatore –Stunker-…”, mi dice. Io ammetto la mia ignoranza. Mai visti prima. “Non hanno la molla perchè sono a gas con doppio serbatoio… Unico problema erano troppo costosi e sono stati abbandonati… per revisionarli occorre smontarli e io ho costruito questo…”.

Giuseppe tira ancora fuori da un cassetto uno strumento fatto di due ganasce ampie di metallo della dimensione degli ammortizzatori, con le quali si blocca il pezzo nel morso per smontarlo senza danneggiarlo.

“Me lo sono costruito perché mi spiaceva usare una grande pinza che rigasse inevitabilmente il corpo…”. Non ho parole. Incredibile la genialità di questa persona che, oltre a saper montare e smontare i veicoli, a verniciarli, è anche in grado di costruire da sé gli attrezzi per migliorare il proprio lavoro. Meraviglioso. Una caratteristica ormai rara nella società dell’usa-e-getta.

Ci intratteniamo un po’ nella sua officina, sono davvero molti gli spunti di riflessione che Giuseppe mi offre ad ogni sua parola. Un vero piacere. Ci salutiamo e sento la sua stretta forte, di una mano in grado di creare dal nulla qualcosa che si piazza a metà strada tra tecnica ed arte. “Ti faccio vedere ancora questo… a te che sei Guzzista…”, mi ferma un istante Rebora. Ecco che appare un pezzo di metallo lavorato, apparentemente un ricambio banale ma così non è. “Questo è il supporto del faro di uno –Sport 15- di un amico… che non riusciva a trovare da nessuna parte… allora mi ha chiesto di costruirne uno… ho fatto il disegno… poi qualche prova… ed eccolo qui…”, mi mostra il ricambio finito con orgoglio e le prove che lo hanno preceduto.

Davvero meraviglioso. Qualcosa di pensato e realizzato interamente a mano. “Bellissimo…”, affermo senza poter dire altre parole, un’emozione particolare, anacronistica in quest’epoca ipertecnologica. E sarebbero ancora mille le idee, le soluzioni e le realizzazioni di Giuseppe, un vero prodigio di capacità.

Ci salutiamo ancora, ma sono certo che io e Alessio torneremo a trovarlo di nuovo… (Un ringraziamento particolare all’amico Alessio Grosso per il prezioso contatto fornito. )

Roberto Polleri

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