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LA “SPLITSKA TORCIDA” ASPETTA LA SAMPDORIA NELL’INFERNO DEL GRADSKI U POLJUDU

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primi due sono morti (l’imperatore va da sè, Ante Pavelic era il “Capo” politico militare degli “Ustascia” filofascisti durante il governo croato nella II° Guerra Mondiale n.d.r.), il terzo, ex-generale dell’esercito croato negli anni ’90, è vivente ed è ora rinchiuso nelle celle del carcere di Scheveningen all’Aja in Olanda, accusato dal Procuratore del Tribunale Penale Internazionale, la svizzera-ticinese Carla Del Ponte, per crimini di guerra contro civili serbi e bosniaci. E la guerra a cui ci riferiamo è quel conflitto terribile e cruento che ha insanguinato la ex-jugoslavia tra il 1990 e il 1999. La storia ed il calcio. A due giorni dalla trasferta della Sampdoria a Spalato per disputare la partita preliminare-Uefa contro l’Hajduk, LiguriaNotizie ha voluto spulciare nei fatti un po’indietro ngli anni per vedere il Dna dei tifosi dalmati, definiti caldissimi, appartenenti alla cosiddetta “Splitska Torcida” (Torcida Spalatina n.d.r.): un pubblico appassionato, sanguigno e rumoroso e amante della ottima birra di Karlovac, che adora la propria squadra più di una classica tifoseria. Ci si riconosce con l’amore sfegatato di chi ha visto nella compagine croata un tassello importante dell’orgoglio nazionalistico durante la recente guerra balcanica contro i serbi di Belgrado e di più l’appartenenza dalmata da contrapporre, anche internamente al Paese, contro l’acerrima “nemica” calcistica, la Dinamo Zagabria. L’impianto sportivo di Spalato, il Gradski u Poljudu, contiene circa 35mila spettatori e c’è da credere che giovedi sera contro i blucerchiati di Mister Mazzarri ci sarà il tutto esaurito e forse qualcosa di più. Sabato sera scorso 11 agosto era in programma la seconda giornata di campionato croato che vedeva l’Hajduk contrapporsi all’Osijek. Partita vinta dagli spalatini per 1 a 0 ma quello che ha impensierito di più, anche le forze dell’ordine locali, è stata la ressa infernale ai botteghini per l’apertura della prevendita dei tagliandi per la partita Uefa contro la Samp. Code e spintoni e parole grosse per accaparrarsi, al costo medio di 15 Euro, un ticket che valga un posto in curva o in tribuna per il match euro-adriatico-tirrenico tra due squadre di mare simili nella forza ed anche nel blasone. L’Hajduk è stata fondata nel 1911, è più anziana della Samp di 35 anni. Nella sua esistenza agonistica ha vinto 9 scudetti e altrettante coppe nazionali quando ancora le 6 Repubbliche slavo-balcaniche erano prima raccolte sotto il Regno della famiglia Karadgeordjevic (1919-1945) e poi dal 1945 dominate dal regime socialista “dal volto umano” del Maresciallo Tito & C., allorchè erano federate sotto l’unica bandiera jugoslava con la stella rossa al centro del tricolore orizzontale blu, bianco e rosso. Poi, dopo l’indipendenza della Repubblica di Croazia, proclamata a Zagabria nel 1991 dal Generale Franjo Tudjman alla vigilia del conflitto con i serbi delle Krajne e di Belgrado che è costata 25mila morti e grandi distruzioni, l’Hajduk ha conquistato fino ad oggi 8 scudetti e 4 coppe di Croazia, giocando in un Campionato nazionale rivisto e ristretto alle sole squadre croate. A risalire agli striscioni del periodo prebellico c’è da registrare una forte irruenza dei tifosi spalatini: 1991 nella curva bollente del Poljud si leggeva: “Spunta l’alba, il giorno biancheggia, ubriaco fradicio è tutto il settentrione, tutto ubriaco, drogato, per l’Hajduk noi tifiamo!”. Erano tempi duri e per qualcuno (i nazionalisti del partito HDZ del Presidente Tudjman, scomparso nel 2003 n.d.r.), tempi “eroici” e dalle curve dei tifosi più “sensibili” alle prodezze dei beniamini in scarpette chiodate e casacca bianco e granata, cominciavano ad uscire i militari volontari agguerriti che Zagabria arruolava per mandarli a combattere sui fronti sanguinosi delle Krajne o della Slavonia Orientale, nella durissima campagna di pulizia etnica reciproca dei territori mistilingue serbo-croati intorno a Vukovar, Osiejk o Vinkovci, città simbolo uscite martoriate dal conflitto nel 1993, solo ora parzialmente ricostruite e tutte appartenenti ora al territorio croato. Erano i tempi asperrimi dell'”Operazione Tempesta”, l’offensiva del neonato esercito croato, pare sostenuto dai tedeschi, contro le popolazioni serbe che dal 1600 abitavano i territori contesi. Ci furono decine di migliaia di morti, famiglie miste serbo-croate spaccate o sterminate, stupri etnici, lutti, fosse comuni e si rividero dai famigerati tempi del nazismo, i campi di concentranento dove i croati rinchiudevano i nemici serbi e viceversa. Ebbene molti di quei giovani soldati, accesi dal furore fino ad allora solo calcistico, si buttarono dalla mischia delle curve dello stadio spalatino, consapevolmente e con l’orgoglio di un tifoso che va alla “guerra sportiva”, nei campi del fronte minato, kalashnikov imbracciato e caricatori svuotati a manetta contro quelli che fino ad un anno prima erano gli acerrimi nemici tifosi della Stella Rossa di Belgrado e del Partizan della Capitale allora jufoslava. Dalle bandiere, dalle sciarpe, ai berrettini colorati delle tifoserie si passò alle divise griogioverdi e mimetiche, ai mitragliatori, alle granate, alle cannonate. Si, perchè in quella infausta guerra, che ha visto spezzettarsi la Jugoslavia comunista in 6 stati nuovi ed indipendenti, con strascichi aperti ancora oggi nel martoriato Kosovo-albanese ed in Macedonia (Paese che esiste “per caso” e non ha nome nelle cartine ufficiali ed anche per l’Onu è la Fyrom, letteralmente “Ex-Repubblica Yugolava” e basta n.d.r.), molti giovanotti militari furono reclutati proprio dalle frange estreme dei supporters calcistici. Nei 36 mesi di conflitto più aspro tra Serbia e Croazia non era raro vedere sugli spalti dei campionati che ancora si stavano disputando le croci cetniche da una parte (serba) e la bandiera a scacchi rossi e bianchi della nazione croata dall’altra. Dagli striscioni antagonisti che puntavano su personaggi solo legati al mondo dello sport, sugli spalti si passò a vessilli ed immagini di Comandanti militari, politici e paramilitari (Radovan Karadzic e Ratko Mladic su tutti) che si stavano “distinguendo” in trincea per coraggio od efferatezza. Non per nulla l’Uefa congelò tutte le squadre jugoslave per cinque anni dalle competizioni europee. Di tutto ciò fortunatamente tra le giovani leve ora abbarbicate sui gradoni del Gradski u Poljudu rimane più la verve sportiva che il revanchismo bellico che 12 anni di distanza dalla Pace di Dayton, sotto l’ombrello Usa dell’allora Presidente Bill Clinton, hanno contribuito a smorzare. Ma Samp, attenta, la guerra guerreggiata è fortunatamente finita, la voglia di primeggiare in Europa, quella l’Hajduk e la sua “Splitska Torcida” ce l’hanno tutta nel sangue…..etilometro a a parte. Appuntamento a Spalato dopodomani 16 agosto e che sia solo una festa di sport. L’Europa di Maastricht lo vuole. Marcello Di Meglio (nella foto il Gradski u Poljudu, lo Stadio dell’Hajduk a Spalato)

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