L’ “estraneità” del lavoro di M.B.B.

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Il Lavoro e la cupidigia
Il Lavoro e la cupidigia
Il Lavoro e la cupidigia

GENOVA. 1 FEB. E’ sensato e giudizioso interpretare il lavoro come esigenza.  Sensato e giudizioso intenderlo quale parte sostanziale ed integrante della nostra vita: fonte di sostentamento, condizione ideale per realizzare idee ed esaudire desideri: desiderio esso stesso.

Nondimeno, in taluni casi il “lavoro” pare esprimersi ed interpretarsi (tralasciando ora la sua odierna e tragica precarietà) in decisa  contrapposizione all’assunto: una perenne lotta tra noi e il resto del mondo.

E’ un fatto facilmente e drammaticamente verificabile: con siffatte modalità, parte delle energie vitali ed affettive viene distratta in nome di una affannata rincorsa del guadagno, di una bramosa ed ossessiva cupidigia per un’idea estranea di lavoro, di una falsata realizzazione di sé.

 

Una complice, ortodossa declinazione spaccia comodamente il “ruolo sociale” come espressione delle nostre attitudini; oggettiva parametrazione, cardine di esibite capacità individuali.

Nondimeno, per una equilibrata interpretazione del concetto di lavoro, mai si vorrebbe assistere a tramutazioni parossistiche, tali da deflettere le relazioni affettive; da sfrangiare e disgregare la sempre più gracile sfera domestica familiare.

Non è facile imporsi su uno stile di vita confezionato e condizionato da dettami, per un qualche verso, “estranei” alla natura umana, indotti da questa “Società della prestazione” (cit. F.Ferrario).

Non é facile in tale ambito distinguere e conservare inalterati i sentimenti, custodirli e sostentarli.  Questo obiettivo, tradizionalmente domestico, merita plauso e dedizione.

Armonizzare un insieme é stabilire l’ordine e la priorità da assegnare alle singole parti, non necessariamente eque tra loro.

In tal senso, è opportuna conclusione citare una delucidante e sempre attuale riflessione attribuita ad Aristotele: “lo scopo del lavoro è guadagnarsi il tempo libero”. Massimiliano Barbin Bertorelli 

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