Immigrati, Regazzoni (Pd): pessima gestione del caso via Venti

1
CONDIVIDI
Il candidato sindaco per le primarie del Pd a Genova, Simone Regazzoni

GENOVA. 21 SET. Stamattina il candidato sindaco per le primarie del Pd a Genova, Simone Regazzoni, ha presentato il suo “MANIFESTO PER UNA NUOVA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE A GENOVA”. Eccolo:

“1. Un problema strutturale. L’attuale ondata di migrazioni verso l’Europa non è un fenomeno emergenziale, come vorrebbe la destra, ma un problema strutturale. “Il nostro futuro è fatto di grandi migrazioni” come è stato giustamente osservato. Questo significa che l’ondata migratoria che, al 19 settembre 2016, ha portato in Italia 130.561 migranti (5,53% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), con 158.479 migranti ospitati in strutture temporanee e centri governativi, non finirà né domani né dopodomani. E che qualsiasi logica di tipo emergenziale si rivelerà inefficace per affrontarla.

2. Cambio di paradigma. Come ha ben detto il Sindaco di Milano Beppe Sala: serve una nuova politica sull’immigrazione, con un piano razionale che vada al di là della mera logica dell’emergenza cavalcata dalla destra. Ma non è tutto. Serve, al contempo, un cambio di paradigma e di mentalità a sinistra. E, in particolare, un passaggio da un approccio etico-solidaristico a uno politico. Come riconosceva il filosofo Jacques Derrida l’etica dell’ospitalità è incondizionata, e resta un principio guida per chiunque si richiami all’idea di sinistra. Ma questo principio guida di giustizia, quando si traduce in politica, deve trovare precise linee guida e necessarie limitazioni. Il compito di una sinistra di governo è quello di tradurre questo principio in politiche efficaci.

 

3. Solidarietà e sicurezza. Oggi, insieme alla solidarietà, dobbiamo garantire sicurezza a una popolazione spaventata. Dobbiamo garantire l’accoglienza a chi fugge da guerre, persecuzioni e carestie: chi mette in discussione questo principio mette in discussione la democrazia. Ma non possiamo in alcun modo trascurare o, peggio, esorcizzare paure e ansie di una popolazione autoctona che chiede legittimamente garanzie e sicurezza: la politica ha, oggi, il dovere di dare risposte a queste richieste e al bisogno di sicurezza della popolazione. Come si legge in un recente studio del “Migration Policy Institute”: “L’errore peggiore che i governi possano compiere durante le crisi è liquidare l’ansia diffusa rispetto all’immigrazione come illegittima o come segno di intolleranza, xenofobia, razzismo. Comportarsi così alimenta solo l’ansia e l’estremismo” (Understanding and Addressing Public Anxiety About Immigration). Una nuova politica dell’immigrazione deve fondarsi, in modo rigoroso e intransigente, su due principi: solidarietà e sicurezza.

4. Integrazione e regole. L’accoglienza è dovuta. Ma un’accoglienza degna di questo nome, che comporti integrazione, è fatta di regole che vanno rispettate. Da tutti. E le prime regole da rispettare, la pre-condizione per una vera politica dell’accoglienza e dell’integrazione, sono le quote che garantiscono un’equa distribuzione sul territorio dei migranti. Il nuovo piano prevede in linea generale 2,5 migranti per ogni 1000 abitanti, che scendono a 1,5 rifugiati ogni 1000 abitanti nel caso dei 15 comuni metropolitani tra cui Genova, al fine di evitare di sommare una problematica ulteriore a quella del degrado delle periferie, a tutela sia dei cittadini che dei migranti. Le quote non devono essere superate se non vogliamo stressare il tessuto sociale.

5. Chi è contro le quote vuole immigrazione incontrollata. Senza le quote i migranti non scompaiono: restano, ma diventano un fenomeno incontrollato e incontrollabile. Nella “Carta di Genova”, proposta da Toti, Maroni e Zaia, ci sono alcuni punti condivisibili: la creazione di centri di prima accoglienza nei paesi del Nord Africa, la promozione di accordi bilaterali con i paesi di origine per i rimpatri, la predisposizione di piani di miglioramento delle condizioni di vita nei luoghi di origine dei cosiddetti immigrati economici. Ma quando i tre Governatori affermano che “non riconoscono le quote” contraddicono la loro presunta volontà pragmatica di affrontare il problema immigrazione. Semplicemente stanno dicendo, così, che se ne lavano le mani, lasciando i cittadini soli di fronte a una situazione che, senza le quote, si trasformerebbe presto in un caos. Se la destra vuole partecipare, come auspicabile, a governare sul territorio il problema immigrazione dovrà farsi carico, là dove amministra, di ospitare le giuste quote di migranti, evitando così di aggravare il problema del concentramento di immigrati in alcune regioni e città. Come avviene a Genova.

6. Il caso Genova. E’ in questa cornice che a Genova occorre oggi dare vita a una nuova politica dell’immigrazione. Occorre dirlo con molta chiarezza: fino ad oggi la politica a Genova è stata assente. Non ha svolto il ruolo di raccordo tra esigenze della prefettura e esigenze della cittadinanza. I cittadini sono stati abbandonati a se stessi, senza essere né coinvolti né informati. Vedi la pessima gestione del caso di via XX settembre. Le quote previste sono state superate senza che l’autorità politica intervenisse a dire “fermiamoci”. I conti non tornano e gli arrivi continuano.

7. Far rispettare le quote. Che fare? In primo luogo occorre far rispettare le quote. Il che significa fermare immediatamente l’arrivo dei migranti a Genova e nella città metropolitana, e provare a redistribuire altrove il numero di immigrati che eccedono le quote. I dati aggiornati a inizio settembre indicano che i richiedenti asilo nel Comune di Genova sono 1900, vale a dire il 3,24 per 1000: più del doppio della quota prevista. Per l’area metropolitana si parla di 2331 richiedenti asilo, il 2,73 per 1000. Anche qui siamo ampiamente sopra la quota prevista. Serve uno stop immediato all’arrivo di nuovi profughi a Genova e un nuovo modello di gestione politica del fenomeno.

8. Programmare l’integrazione. Occorre dare vita a un modello di accoglienza diffusa e partecipata a Genova. Per fare questo serve la creazione di un tavolo di regia centrale con Prefettura, Comune, Regione, Terzo settore e forze sociali. Questo tavolo dovrà programmare la collocazione di nuclei di 10 massimo 15 persone sul territorio, coordinandosi con tavoli di Municipio che definiscano progetti specifici di integrazione. Occorre dire con chiarezza che i gruppi sopra le 15 persone non sono adatti all’integrazione nel tessuto sociale della città metropolitana.

9. Un patto sociale con i migranti per il volontariato. Che cosa significa, in concreto, integrazione a livello di Municipio? Bisogna essere realisti. La questione dei lavori socialmente utili, in presenza di grandi numeri, non è prospettabile. Ma come ha detto giustamente il Presidente del Consiglio Renzi: “I migranti non possono starsene a bighellonare fuori da strutture pubbliche e private, perché questo crea elementi di preoccupazione”. Questa non è integrazione. Questo significa abbandonare i migranti a se stessi e renderli facile preda della criminalità interessata ad agganciare le persone accolte. Serve allora un patto sociale con gli immigrati. In cambio dell’accoglienza, e per permettere un processo di integrazione nella comunità, i migranti devono rendersi disponibili per attività di volontariato civico cui saranno accompagnati corsi di lingua italiana. Chi non accetta il patto sociale per il volontariato non può essere accolto nelle strutture.

10. Rispetto della normativa in ordine ai rimpatri. Al fine di una concreta tutela complessiva, inoltre, appare necessario il rispetto da parte dello Stato della normativa in ordine ai rimpatri. Chi non ha titolo per rimanere sul territorio nazionale deve essere rimpatriato. Questo perché la sua permanenza altera le possibilità di integrazione di chi invece, legittimamente, qui viene accolto, e rischia di creare manodopera disponibile per la criminalità organizzata”.