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Il nome della rosa, ovvero verità e fede corrono paralleli

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Il Nome della Rosa: Luca Lazzareschi foto Alfredo Tabocchini

Ad una settimana di distanza dal debutto al Teatro della Corte de “Il nome della rosa” porgo un paio di spunti di riflessione su questo spettacolo ben condotto e ben recitato, che del tutto degnamente si affianca al successo del libro e della felice versione cinematografica, per raccomandare a chi lo  avesse perso di andare  a vederlo, entro domenica 29 ottobre.

Il personaggio chiave, Guglielmo da Baskerville, è un uomo di chiesa e di chiostro  incredibilmente attuale (ed augurabile per i tempi nostri), la cui fede, pur ben radicata e temprata nella

difficile mansione di giudice inquisitorio, si coniuga e procede  con un sano ed aristotelico realismo.


Chiamato al monastero dimenticato da Dio (“ma vi è un luogo in cui Dio si trova a suo agio?” si chiede) per far luce su una serie di strani decessi, Guglielmo indaga per la via dritta, cercando  la verità senza preoccuparsi se sia in linea  con dogmi o credenze religiose, senza perdersi in divagazioni mistico/ filosofiche nelle quali i confratelli tentano invano di coinvolgerlo.

Pur prestando attenzione ad ogni tipo di altrui convinzione , da uomo per tutte le stagioni, rispettoso di ogni maniera di vivere e pensare  la fede.

Si intuisce che ognuno dei monaci ha uno scopo suo, quello di nascondere la verità o di far emergere la propria versione sui fatti cruenti  avvenuti e che continuano a presentarsi nel monastero.

A Bernardo, il francescano inquisitore in carica, che non cerca i colpevoli ma brucia i sospetti, Guglielmo contrappone la ricerca della verità a qualunque costo, anche se dovesse rivelarsi apparentemente contraria ai dogmi: la verità legale, una purchessia verità che soddisfi le masse  non gli interessa.

Il testo lascia intendere un’altra difficile  verità, quella della manipolazione o dell’occultamento dei testi ” scomodi”, che potrebbero intaccare la fede: quante verità, pare suggerire, sono state velate, nascoste, eliminate, anche nel segreto dei conventi, dai religiosi colti del tempo, spesso unici traduttori di testi antichi, che si credevano in possesso di una loro personale verità?

Aristotele ha legittimato il riso, ma ridere è dubitare, dubitare è  perdersi, dice il vecchio Jorge, quindi il secondo libro della poetica di Aristotele va nascosto, meglio incrementare la leggenda che sia andato perduto.

Quanta paura: la fede non dovrebbe mai temere il dubbio perchè il diavolo (“diaballo”, colui che divide) è proprio la fede  senza misericordia, la fede che impone e punisce.

Ciò che divide, allontana dalla  fede, dicevamo, è la mancanza di misericordia, di indulgenza verso il singolo che cade: la fede senza”sorriso” spinge verso il diavolo, verso la disperazione.

Ben lo sa Guglielmo, che, pur essendo un  inquisitore e un monaco, perdona e cela  la sprovveduta caduta nel” peccato della carne” del giovane Adso.

Elisa Prato

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