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Il Nano Morgante | Sulla imperscrutabilità della sorte

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Il Nano Morgante | Sulla imperscrutabilità della sorte

GENOVA. 25 MAR. Il timore di incappare in una sorte ingloriosa suggerisce l’idea di sottrarsi alla lotta. E di allontanarsi dalla rotta.

Tale timore, seppur legittimo, é marcatamente ingenuo. Contaminato dal ritenere la sorte, senza l’ausilio del correttivo umano, in sé stessa dato potenzialmente lesivo.

A tal fine, tento di tracciare alcune ultrasintetiche considerazioni sulla consistenza di tale ingenuità, confortato dalla provocatoria considerazione di Derrida  quando afferma che “è mortificante pensare che un Dio giusto ed una provvidenza benevola non ci proteggano più del “caso”, apparentemente indegno di decidere del nostro destino”.


Giocoforza, una indole dolente ed irrequieta implica la necessità di divincolarsi da una situazione di malessere ed attorniata da cupi presagi.

Non di meno, la fuga da una condizione ritenuta  onerosa e vincolante comporta il conseguente transito in altra, la cui natura potrebbe essere, negli esiti, non meno incerta ed insidiosa.

Tale inquieta incertezza diviene una realtà individuale, attingibile con discreta frequenza ai più differenti ambiti.

Talvolta, ci si oppone alla sorte in funzione della posta in gioco. Talaltra, il più delle volte, essa ci coglie di sorpresa e de-motivati. Comprensibilmente, tendiamo a sottrarcene, confezionandoci autonomamente un abito su misura, più comodo e rassicurante.

Alla buon’ora, tentare di confezionarsi  l’inconoscibile sorte come fosse un abito è un’azione tanto intrepida quanto vanagloriosa. Lo è sostituirsi ad essa,  quando insiste l’instabile esigenza di conformarne le dinamiche sulla base di proprie ansie od aspettative.

In ogni caso, nessuno potrà mai escludere che una nuova direzione ci conduca proprio in quegli stessi luoghi  che intendevamo evitare. In ogni caso ed in buona sostanza,  trattasi di sorte-ggio.

A questo punto, dinanzi ad una sorte irriverente e ad un animo irrequieto, chi si sente di affermare, sulla propria pelle,  con ultimativa certezza, che la “direzione” che ora tendiamo a prediligere sia geneticamente migliore ad altra eventuale, in apparenza “ostinata e contraria”?

Massimiliano Barbin Bertorelli

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