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Il Nano Morgante | La cifra della contingenza

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Il Nano Morgante | La cifra della contingenza

GENOVA. 2 SET. Trasferirci l’un l’altro il sapere, il contenuto personale di conoscenza, in quanto atto di crescita collettiva, è un obiettivo teoricamente praticabile. Tuttavia, largamente impraticato, trascurato.

Certamente, l’obiettivo, pur nella sua centralità, talvolta si attarda e si distrae in considerazione della sua stessa ritenuta (in)utilità; talaltra, al contrario, ipotizzatane la desiderabilità, si affretta nell’attribuirsi un degno significato, rivendicando per sé, tra l’altro, differenti situazioni e più necessarie frequentazioni.

La citazione “dimmi come cerchi e ti dirò chi cerchi” di Wittgenstein pare anche qui trovare una qualche pertinente applicabilità, malgrado si riconosca che la presente trattazione non ne sia adeguata. Così pure il kantiano “sapere aude” (osa sapere) per uscire dalla minorità in cui pare sempre più ristagnare l’individuo.


Nonostante la validità dell’idea di dotare la pianta di sempre nuovi innesti e di sempre nuove gemmazioni, a tal guisa da rappresentare la necessità della interrelazione per la costituzione esperienziale, la cifra della contingenza, la prassi quotidiana, lasciano poche speranze se non in una direzione di crescita convenzionale. Poche, quindi, per una “de-crescita serena”, nell’aspirazione di Serge Latouche.

Non si impongano scelte né scopi univoci all’esistenza. Resta il fatto che l’educazione e la cultura del luogo alla lunga s’impongono e spadroneggiano, come la goccia che, giorno dopo giorno, incide e scava la pietra.

Tuttavia, i tempi ci impongono una svolta ideale rispetto al tracciato intrapreso dallo sviluppo odierno. Una svolta verso la prassi sostenuta dello sviluppo, verso una produzione del proprio benessere che riesca ad avvalersi, come fossimo in una antica galea,  della combinazione tra la spinta del vento e il nostro impegno di rematori.

 

 

Massimiliano Barbin Bertorelli

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