IL MONDO ALLA ROVESCIA DEI PESCATORI

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pescatori barca

pescatori barcaGENOVA. 24 LUG. E’ una bella serata di inizio luglio. Sono quasi le nove e sto per andare all’appuntamento con i pescatori di Voltri che stanotte, come tante altre notti dell’anno usciranno in mare a pescare alla lampara, pesca a circuizione, in termine tecnico. Così, mentre la gente esce di casa per un gelato in passeggiata, per incontrare gli amici, per portare fuori il cane, tra poco l’equipaggio della barca “Feipin”, dieci persone appartenenti alla Cooperativa Pescatori San Pietro, lascerà il canale di calma di Prà per prendere il largo. E io oggi mi unisco a loro.

Eccoli i pescatori, pronti a salire sul furgone in direzione del molo. Un saluto ed anche io salgo a bordo. Due parole e sento subito la sintonia con loro. La mia curiosità si unisce alla loro voglia di raccontare questo lavoro così differente dal consueto eppure base fondamentale della vita e del cibo che viene dal mare, oggi percepito così distante soprattutto dai più giovani.

Una tradizione secolare che attualmente si va a poco a poco perdendo. Da oltre quaranta barche oggi gli equipaggi tra Voltri e Prà sono solo tre, ci spiega il capo-pesca Giuseppe Bozzolo, una persona che trasmette la passione per il mare e per questo duro lavoro, che lo spinge a proseguire la tradizione di famiglia. Eppure, nonostante le difficoltà, quasi ogni notte, a bordo della sua barca prende il largo a caccia di pesce. Questa è una delle caratteristiche, oggi anomale ma ieri la consuetudine, di questo genere di lavoro: il rischio. Nella pesca infatti il risultato non è mai certo, si esce sperando in una notte fortunata, magari come la precedente ma con nessuna certezza in merito. Al contrario, il lavoro “altro” è fatto di routine e di noiose sicurezze.

 

La notte cala lenta sulla costa mentre la barca costeggia le luci accese del VTE, con i suoi carriponte e con i lampeggianti dei mezzi che si muovono con i carichi di container. Prendiamo il largo, arriveremo quasi davanti a Cogoleto a circa cinque chilometri dalla costa. Le luci dell’Aurelia si fanno sempre più sottili. Distinguo a malapena i luoghi di ogni giorno, le strade familiari diventano di colpo estranee. I pescatori mi indicano con il dito i punti di riferimento: da Pegli ed il Castelluccio, la galleria del Pizzo, le luci di Savona.

Io, con gesto di fede, li credo sulla parola ma fatico non poco a riconoscere quanto davanti ai miei occhi. Adesso è un po’ più buio, la notte avanza dal mare e colora di scuro la distesa blu che diventa nera come pece. Siamo soli. Di colpo, qualcosa attrae la nostra vista. Uno scoppio. Due. Tre. Alla nostra destra, il cielo si colora di minuscole stelle: sono i fuochi d’artificio di San Pietro a Prà. Ci fermiamo un istante ad osservarli. Grandi e sfavillanti da terra, visti dal mare e da lontano sono piccoli ed appena percepibili. Anche in questo, il mondo visto dal mare è al contrario di come appare dalla terraferma.

Si seguono gli strumenti di bordo e l’esperienza di giorni e giorni in mare a caccia del tesoro fatto d’argento: acciughe guizzanti che rimarranno nella rete. Il capo pesca, coadiuvato dal comandante Filippo Bozzolo e dal direttore di macchina Filippo Bignone, insieme al resto dell’equipaggio, dirige con certezza la barca verso il mare aperto. Siamo al largo tra Cogoleto e Varazze. Iniziano le operazioni. Con gesti calcolati al millimetro, ognuno esegue movimenti precisi e definiti. La prima barca, un bel gozzo di legno dotato di lampara cala in mare. A bordo un uomo che rimarrà tutta la notte solo e comunicherà a gesti con il comandante o via. Le luci sono accese al fine di richiamare i pesci. Pochi attimi e parte anche la seconda. Due bagliori intensi bucano il nero del mare e del cielo che sembra fondersi all’orizzonte. Scende anche l’ultima barca, quella che dirigerà le operazioni di calo della rete.

A bordo luci spente e ci controllano i monitor. Pare sotto una delle due barche i pesci si stiano spostando in banchi. E’ quasi mezzanotte. Giuseppe scruta il cielo e gli strumenti di bordo, si avvicina a luci spente alle due lampare e comunica a gesti con l’uomo a bordo che indica il numero approssimativo dei pesci. Io sono senza parole. La stima fatta sarà esatta dopo la pesca, nemmeno avesse contato i pesci uno ad uno e li avesse pesati su un’immaginaria bilancia. Tutto è pronto per calare le reti.

“Ecco la luna che sale…”, mi dice il capo-pesca indicando in cielo un disco rosso che piano piano prende quota. Io ammiro il cielo estasiato. “…dobbiamo calare adesso perché quando sale la luna i pesci cambiano il loro movimento….”. Pochi ordini precisi e tutti sono al loro posto. Stivali di gomma ai piedi e cerata anti acqua indossata. L’equipaggio si sistema. A bordo ogni luce è spenta, la rete scende in mare mentre la barca principale descrive un cerchio perfetto attorno ad una delle lampare. Un compasso immaginario traccia la rotta, il compasso è nelle mani del comandante che reggono il timone. Chiuso il cerchio uno dei tre gozzi recupera le cime. La rete si può chiudere. Ecco che sale rapidamente tirata dall’argano. Mentre procede con precisione millimetrica, viene sistemata con precisione incredibile a bordo. Tutto deve essere al proprio posto pronto per ritornare in mare. Il cerchio si chiude ed ecco l’ultimo tratto della rete che brulica di pesce. La parte finale della rete viene issata a mano e, quando è ormai alla portata, con un grande salaio si recuperano i pesci che a quintali entrano nelle vasche assieme al ghiaccio. A poco a poco queste saranno colme alla misura. Ovviamente il lavoro non è finito.

Una volta issata a bordo tutta la rete, inizia la divisione dei pesci. Mani che eseguono movimenti precisi, pesci piccoli e grandi finiscono nelle cassette, il ghiaccio li ricopre e, mentre l’equipaggio sistema il prezioso carico la barca fa rotta verso la prossima meta, un altro branco di pesci che si spera si riunisca sotto alla lampara pronto ad essere catturato dalla nuova calata della rete. Mi colpisce il tanto pesce a bordo dello scafo e, contrariamente a tanti luoghi comuni, nessun odore.

“L’odore di pesce è quello di pesce marcio… non fresco…., questo è profumo di mare”, mi dicono sorridendo i pescatori. Verissimo. Respiro a pieni polmoni il mare attorno a me.

Al termine della delicata operazione l’equipaggio è pronto ad una nuova discesa in mare delle reti. “Dobbiamo tornare per tempo… i mercati sono molto esigenti…. Un ritardo può mettere davvero in difficoltà… alle cinque dobbiamo essere sul molo….”, mi spiega Beppe il capo-pesca controllando il suo orologio. E di li a poco gli uomini sono tutti in posizione pronti per una nuova calata. E i gesti si ripetono come ogni notte, come più volte a notte. Il mare è calmo, la lampara abbaglia il fondale che scintilla d’argento, migliaia di bollicine salgono in superficie, le acciughe ci sono e la rete tornerà ancora piena.

Mentre i pesci vengono sistemati nelle cassette, la barca fa rotta verso il molo. Bisogna arrivare a terra in tempo per caricare tutto sui camion diretti ai vari mercati. Scatto foto e domando come si arrivvi a fare un mestiere del genere, così anomalo in quest’era moderna. Chi vi è arrivato per passione, chi per necessità ma ognuno pronto ad accettare la vita alla rovescia fatta di notti insonni e di giornate a dormire. Eppure la soddisfazione di portare avanti una tradizione millenaria, nonostante sia così poco conosciuta anche a chi viva sulla costa.

Sono ormai le quattro e venti. I parabordi toccano il molo e tutto è pronto per essere scaricato dall’imbarcazione per essere sistemato sui camion-frigo che a breve punteranno verso i mercati. Una catena umana passa di mano in mano le cassette di pesce. Sembra una danza fatta di gesti precisi e ripetuti ancora una volta, come ogni notte. Al termine i camion partono. I pescatori si salutano ma non prima di aver preso con sé un poco di quanto raccolto dai flutti.

Qualche pesce che sarà il pranzo del giorno. Ed anche io torno a casa con una scatola piena di mare e di un profumo meraviglioso grazie alla cortesia dell’equipaggio. Sono ormai le sei, ora possiamo andare a letto mentre il sole sale piano sull’orizzonte nello spazio lasciato da poco dalla luna. Ci salutiamo.

Io ringrazio con convinzione. Ho vissuto un’esperienza stupenda che non dimenticherò facilmente e che so già racconterò a chiunque nella speranza di incuriosire. Un mondo davvero da scoprire eppure così vicino a noi. Un incredibile mondo alla rovescia. Roberto Polleri

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