Il Faust di Liberovici grida Amore attraverso la splendida voce della Davis

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Il Faust di Liberovici grida Amore attraverso la splendida voce della Davis

GENOVA. 1 DIC. Chi si aspetta di vedere un Faust con il dott. Faust e Mefistofele è meglio resti a casa, perchè anche questa volta Andrea Liberovici ha stravolto il testo (in questo caso quello di Gothe), con una sua versione che non vuole buoni e cattivi, male e bene , ma che mette semplicemente al centro di tutto l’uomo.

L’uomo con le sue debolezze, i suoi timori, i suoi ricordi, le sue perplessità e soprattutto la sua voglia di comprensione ed amore. Questo è il Faust del geniale artista che si è formato alla scuola dello Stabile di Genova e che arrivva sul palco del teatro che lo ha formato  con la sua quinta creatura. Non ha caso diciamo creatura e non creazione, perchè quando si assiste ad uno spettacolo di Liberovici, tutto è vivo, viscerale, carnale,animale e soprattutto tutto è un tutt’uno, un’amalgama che non vede differenze tra discipline ed arti, tra uomini e strumenti. La parola è musica, come la musica è parola, ed anche le immagini proiettate non sono solo parte della scenografia ma entrano negli attori che ne vengono risucchiati come da un fluido magnetico.

Sono nove i personaggi in scena di Faust’s Box, sette musicisti, un direttore d’orchestra e poi c’è lei, Helga Davis, che qui è un lui, interpretando il doppio ruolo di Faust/ Mefistofele.  Attraverso l’immagine di un grosso specchio in centro palco l’attrice cantante americana riflette la sua immagine che altro non è che la sua anima sofferente. Del resto come non soffrire in un mondo che ci lascia soli? Questo è il messaggio che vuol dare lo spettacolo di Liberovici. L’uomo in questo momento storico è più solo che mai, malgrado l’imperversare della comunicazione, dei social networks,  questi maledetti  servizi informatici on line che permettono la realizzazione di reti sociali virtuali che con la realtà umana hanno ben poco a che vedere. Dov’è rimasto l’amore, quello vero, quello dove ci si può toccare veramente e dove i baci e gli abbracci non siano quelli delle faccette sul video, ma sensazioni forti e vive quelle dei corpi pulsanti che danno un senso alla nostra vita?…

 

La dannazione del Faust di Liberovici è proprio questa: la virtualità sta perdendo il suo senso, non è più una semplice modalità comunicativa,ma haimè la sua potenza tragica ci sta riportando ad un costante non essere. E se “non siamo”, non siamo nulla.

Helga Davis abbraccia questo ruolo con straordinaria disinvoltura. Sembra davvero un ragazzo spaurito dentro ad un completo maschile un po’ più grande della sua taglia, muovendosi con una gestualità androgina eccezzionalmente veritiera. La sua voce cambia di tono e di colore fino a diventare un sussurro delicato verso il pubblico, quando alla fine guardando con dolcezza una spettatrice della prima fila le confessa il suo bisogno d’amore, che è poi quello dell’umanità intera. Le musiche tra il soul , il jazz e il tribale sono ben costruite dal punto di vista armonico e dimostrano ancora una volta di essere il punto di forza dei lavori di Liberovici. Più deboli i testi, che se nella prima parte appaiono crittografati, si spiegano meglio nella fase finale, ma non per questo sono più accattivanti. Superflue e distraenti le didascalie che proiettano  la traduzione dall’inglese all’italiano togliendo un po’ di magia al verbo della Davis  e della splendida voce nell’ombra di Bob Wilson.

Lo spettacolo rimarrà in scena fino a domenica 4 dicembre.

FRANCESCA CAMPONERO

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