Il calabrese al gip: ok, pistola era mia, ma i sinti mi hanno aggredito

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Bar il Risveglio. La polizia è sul posto con un'ambulanza. Foto Enrico Ghigino
La polizia Scientifica effettua i primi rilievi sul luogo della sparatoria a Pegli (foto Enrico Ghigino)
La polizia Scientifica effettua i primi rilievi sul luogo della sparatoria a Pegli (foto Enrico Ghigino)

GENOVA. 28 APR. Sparatoria dell’altra sera in strada a Pegli: il calabrese Salvatore Maio, 62 anni, accusato di avere ucciso Adriano Lamberti e il figlio Walter, di 51 e 27 anni, genovesi di origini sinti, stamane davanti al gip ha parzialmente ritrattato la sua versione dei fatti, fornita finora agli investigatori.

Davanti al giudice ha ammesso che la Beretta 7,65 rinvenuta sul luogo del delitto, era la sua e non dei sinti, con i quali aveva litigato all’interno del bar Risveglio 77. In sostanza, durante il violento alterco non l’ha strappata a nessuno di loro. Maio ha quindi raccontato che aveva ricevuto l’arma in eredità da uno zio.

Tuttavia, l’arrestato, che girava armato ed era già stato condannato per un omicidio nel 1980 ed era conosciuto dal Ros dei carabinieri per presunti fatti legati all’indagine sulla ‘ndrangheta genovese denominata “Maglio 3”, ha insistito con il gip invocando la legittima difesa.

 

Ha portato i referti medici che dimostrano i traumi e le lesioni subìte, confermando che i sinti lo hanno aggredito. Quattro contro uno. Lui si è trovato paura e ha reagito: “Ho difeso me e le due giovani donne”. Salvatore Maio avrebbe anche riferito i nomi delle sue amiche, alle quali uno dei 4 sinti aveva rivolto pesanti apprezzamenti al bar.

Domani mattina nella chiesa di San Rocco a Prà sono in programma i funerali delle due vittime.

 

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