I Vichinghi in America prima di Colombo

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Il nuovo libro dello sorico genovese Alberto Rosselli (editore Mattioli 1885)
Il nuovo libro dello sorico genovese Alberto Rosselli (editore Mattioli 1885)
La copertina del nuovo libro dello storico genovese Alberto Rosselli

GENOVA. 5 DIC. Un innalzamento della temperatura permise ai Vichinghi di raggiungere le coste dell’America del Nord secoli prima di Cristoforo Colombo. Dall’Irlanda e dalla Scozia, attraverso l’Islanda, riuscirono a sbarcare a Terranova. Il caso è stato ricostruito dal giornalista e storico genovese Alberto Rosselli nel suo ultimo libro, uscito in questi giorni in Italia e intitolato: “I Vichinghi in America. Le mutazioni climatiche e l’espansione vichinga oltre oceano” editore Mattioli 1885. 

“Tra la fine del X e l’inizio del XII secolo dopo Cristo – spiega Rosselli – gran parte delle terre europee e nordamericane fu interessata dal più rimarchevole innalzamento della temperatura registrato in epoca post-glaciale. Tale situazione, chiamata dagli scienziati «optimum climatico medioevale», favorì non soltanto la ripresa della vita economica e culturale del continente, ma indusse anche popoli navigatori, come i Vichinghi, a spingere le loro piccole navi in pieno Oceano Atlantico Settentrionale e verso il Circolo Polare Artico, raggiungendo le Isole Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia, l’Isola di Terranova, e le Isole Svalbard”.

“A questo punto – aggiunge lo storico – occorre fare un passo indietro per spiegare l’inizio di una mutazione climatica netta, importante, ma di durata relativamente breve. Stando agli studi più recenti, la costituzione dell’Impero di Carlo Magno non coincise con un periodo climatico particolarmente favorevole. E ciò è testimoniato dalle frequenti avversità meteorologiche che le armate del Sovrano cristiano dovettero affrontare nel corso delle campagne condotte tra il 770 e l’800 dopo Cristo. In quei trent’anni, l’Europa venne infatti investita da un’ondata di aria molto fredda di origine artica che procurò lunghi, gelidi e secchi inverni ed autunni e primavere molto piovosi. Anche se già da oltre trecento anni, cioè dalla metà del 400 dopo Cristo, quasi tutto il continente (soprattutto la parte Centro-Settentrionale e Occidentale) aveva risentito di un generalizzato peggioramento delle condizioni atmosferiche: congiuntura che, secondo alcuni scienziati, può avere contribuito, almeno in parte, al decadimento economico dello stesso Impero Romano d’Occidente. Certo è che a partire dall’anno 800, il clima iniziò lentamente a riscaldarsi, favorendo quella ripresa produttiva che verso l’anno Mille si consolidò, favorendo anche la lenta ma inarrestabile uscita del continente dalla tormenta della barbarie. Alla fine del primo millennio, in Europa si assistette, infatti, ad un sensibile aumento delle temperature medie, al moltiplicarsi di macchie arborescenti ad alto fusto e all’innalzamento altimetrico di determinate fasce di coltivazioni. La registrazione dell’isotopo della lastra di ghiaccio della Groenlandia mostra che nell’anno 900 il clima era già entrato in una fase relativamente calda: tendenza iniziata, a quanto pare, nel 600 dopo Cristo sia in Norvegia che negli Stati Uniti Settentrionali (sulle cime della California, gli anelli degli alberi indicano che, tra il 1000 e il 1300, si verificò un analogo e simultaneo incremento della temperatura, più o meno come in Europa). Secondo gli studiosi il consolidamento dell’Impero Carolingio, la successiva rinascita degli scambi commerciali e culturali e l’esplosione del fenomeno «vichingo» (cioè dell’espansione via mare di questa popolazione scandinava) dipese inequivocabilmente dall’«optimum climatico» che per circa quattrocento anni interessò quasi tutto l’emisfero settentrionale del globo. La forte ripresa dei viaggi in mare aperto e dell’interscambio commerciale tra Mediterraneo e Mare del Nord e il fenomeno dell’espansionismo scandinavo ne sono la prova, anche se al riguardo, le avvisaglie di questo nuovo scenario possono individuarsi cronologicamente in un’epoca anteriore”.

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