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G8, Agnoletto e Guadagnucci contrari al reintegro degli agenti condannati

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G8, Agnoletto e Guadagnucci contrari al reintegro degli agenti condannati

MILANO. 19 LUG. Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genoa social forum a Genova nel luglio 2001 e Lorenzo Guadagnucci, co-fondatore del Comitato Verità e Giustizia per Genova, facendo anche riferimento alla recente condanna dell’Italia a Strasburgo per il reato di tortura, non sono d’accordo sul possibile rientro in polizia di alcuni agenti e funzionari condannati per le violenze e i falsi nella scuola Diaz.

In una lettera aperta scrivono: “Non siamo sorpresi, semmai avviliti per lo stato di salute della democrazia italiana. Il possibile rientro in polizia di alcuni agenti e funzionari condannati per le violenze e i falsi nella scuola Diaz, ci fa venire in mente due passaggi della sentenza con la quale la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel 2015, qualificando le operazioni di polizia alla scuola Diaz come un caso di tortura:

‘Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi’.


‘La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura’.

La rimozione da parte dei vertici della polizia degli agenti condannati non c’è stata e infatti oggi è possibile il loro rientro in servizio, ma non possiamo sorprenderci di questo, visto che stiamo parlando di un corpo di polizia che si  è “rifiutato impunemente” di collaborare con i magistrati. Le ferita aperta col G8 di Genova è dunque ancora aperta e la notizia di oggi non aiuta certo la polizia di stato a recuperare la credibilità perduta.

I responsabili politici di questa penosa condizione sono ben conosciuti: portano i nomi e cognomi dei ministri degli Interni e dei capi di governo che si sono succeduti dal 2001 a oggi.

Lavorare in polizia ed in particolare in ruoli dirigenti è cosa completamente diversa dal prestare la propria opera ad un’azienda privata; significa lavorare per garantire il rispetto dei valori previsti dalla Costituzione e dalle nostre leggi. Considerando che i dirigenti di polizia condannati non hanno mai riconosciuto le proprie responsabilità e chiesto pubblicamente scusa per i loro comportamenti e che diverse delle condanne sono relative al reato di falso ci chiediamo come i cittadini possano sentirsi tutelati nei loro diritti costituzionali da chi ha commesso tali reati e non ha mai riconosciuto le proprie responsabilità.”

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