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E li chiamano “dialogatori”. Venditori di contratti per Ong reclutati da agenzie di marketing

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"Dialogatore"

GENOVA 28 LUG. “Dai, aiutaci. È il mio lavoro”. Fino a questa affermazione ero concentrato su altro.

In particolare sulla sciarpa bianca con il logo Telethon molto simile alla “holding” della raccolta fondi per sostenere la ricerca scientifica sulle malattie genetiche, una “maxistruttura umanitaria” fondata da Susanna Agnelli, legata a doppio filo con la Rai.

Nota per le lunghe e un po’ stucchevoli dal punto vista etico-mediatico in diretta Tv, con il counter a led rossi a numeri cubitali che gira al rialzo e ipnotizza come una grande gara sportiva il telespettatore, tra presentatori, cantanti, attori e artisti di grido (non senza l’apporto di “nani e ballerine” o starlette in cerca di visibilità tv) a condurre la grande giostra della “solidarietà”.


“Basta un sms da mobile o telefonata da fisso, per donare 5 o 10 Euro” donate gente donate e il counter gira. Somme milionarie vere o virtuali che finiscono dirette nelle casse del grande sponsor bancario BNL-Paribas.

Se ne vedono spesso nel centro città genovese di questi ragazzi con pettorine delle più varie Ong ed associazioni (volontari, si presume vista la buona causa…invece pagati poco e male su provvigione per le adesioni strappate al passante del tutto simili ad un contratto di diritto civile, da aziende di marketing private che li assumono per conto terzi).

Ma non ci è mai capitato di incontrarli davanti a un supermercato in un quartiere residenziale della Genova “bene”. Certo, si sa, soprattutto gli anziani…hanno buon cuore…e meno vista lucida.

Ieri, un pomeriggio come tanti. Due ragazzini appena maggiorenni con la sciarpa di Telethon al collo e banchetto provvisorio traboccante di materiale informativo, stazionano davanti all’ingresso del “Carrefour” di Piazza Merani, quartiere Foce-Albaro. Sotto sotto, c’è una bella cartellina con i contratti di adesione che impegnano, con una bella firmetta, a versare dei soldi, la cui somma non è ben chiaro come venga spartita.

“Puoi darmi un volantino, qualcosa che mi dica chi siete, cosa fate?”.

Il ragazzo mi ignora e sta già domandando a una signora se vuole aderire con un’offerta – anche piccola – (non in denaro liquido ma seguendo altre vie finanziarie come iban, bollettino postale o carta di credito n.d.r.) per combattere le malattie genetiche più gravi.

Così, genericamente, intimandomi di “”asciarlo lavorare”. Appunto, lavorare, non fare volontariato nobile e disinteressato.

Immediatamente il ragazzo perde ogni interesse per me. Ha capito che non farò una donazione in denaro, anzi gli chiedo se per il banchetto sul marciapiede hanno pagato – loro o chi per essi – l’occupazione di suolo pubblico che ogni individuo nel commercio ambulante ma non solo deve versare al Comune.

Apriti cielo, la discussione si anima. Alla chiamata diretta dal sottoscritto alla Polizia Municipale per una verifica de iure e de facto, un commesso del supermercato interviene imperiosamente e li invita a spostare armi e bagagli all’interno dell’esercizio di distribuzione alimentare. Così, impegnata in altre faccende la Municipale, è d’obbligo per il cronista chiamare la Polizia di Stato. Solerti poliziotti arrivano sul posto in pochi minuti e procedono ad identificazioni ed ai chiarimenti con estrema discrezionalità e professionalità.

Davanti alle divise blu emerge che i ragazzini non sono “volontari” Telethon “ipso facto” ma promotori di contratti a cottimo per conto di un’agenzia di marketing di Via Innocenzo Frugoni, la CB Group S.r.l., agli ordini della titolare Cristina Bonaccurso.

Così nel 2017 anno domini delle grandi tragedie globali tra emigrazione, guerre, fame, malattie, ricerca scientifica (non sempre e comunque) si cerca di tirare su qualche soldo anche per le proprie tasche.

È un po’ come quando ti chiedono se “vuoi firmare contro la droga”. Tutta, indistintamente.

Raccolta fondi “face to face”, questo è uno dei lati nascosti di un metodo che funziona per i commissionari Ong e di altre varie associazioni, la cui mission etica dovrebbe avere tutt’altra faccia “pulita”. Un’inchiesta sul sistema che sta portando moltissimi nuovi donatori alle principali sigle non profit.

I “dialogatori” in strada raccontano di precariato, bassi compensi e scarse tutele. Le associazioni si difendono: facciamo formazione, ma con le agenzie esterne non abbiamo potere.

Un minuto per Save the children?”, “Scusi, una parola su Greenpeace?”, “Salve, conosce l’Unhcr?”. Negli angoli delle strade più affollate, all’uscita delle metropolitane o nelle piazze del centro delle grandi città, sempre più spesso si sentono riecheggiare frasi come queste.

Preludio di un abbordaggio del passante di turno a cui far sottoscrivere una donazione per aiutare l’associazione, l’ente o l’Ong a portare avanti i propri progetti.

Il metodo, ben consolidato, appare quello del f”undraising face to face”, a cui ormai tutte le più grandi organizzazioni fanno ricorso perché si tratta di una modalità che paga. In tempi di crisi delle donazioni, infatti, secondo gli esperti del settore, attraverso il contatto diretto si portano a casa quote consistenti di fondi che sfiorano in alcuni casi anche l’80 per cento delle nuove donazioni annue.

Ma se il metodo indubbiamente funziona, il rovescio della medaglia è formato da un esercito di ragazzi, quasi sempre precari e senza tutele.

Spesso giovanissimi, lavorano nella maggior parte dei casi a cottimo attraverso agenzie di comunicazione specializzate, che li formano sui principi del marketing. E così i “dialogatori” in strada, venditori ambulanti di donazioni, passano giornate intere a battere le città per portare a casa uno stipendio mensile che raramente è commisurato allo sforzo fatto.

Abbiamo raccolto le loro testimonianze e contattato direttamente alcune organizzazioni coinvolte come OXfam, nonché chiesto un parere direttamente all’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri, dato che molte Ong sono multinazionali potenti con sedi delocalizzate in vari Paesi europei, Italia compresa.

“Quella del face to face è una forma di raccolta fondi che non ha conosciuto crisi – ha spiegato Giancarla Pancione, responsabile area donatori individuali di Save the children – per noi i dialogatori sono fondamentali perché sono il nostro biglietto da visita nelle strade. Per questo investiamo molto sulla loro formazione”.

Grazie ai “dialogatori” in strada nel 2013 l’organizzazione ha acquisito 35mila nuovi donatori, che hanno fatto una donazione media annuale di 204 euro.

I dati sono “incoraggianti” anche per le altre organizzazioni da noi contattate (Unicef, Unhcr, ActionAid, Save the children e Greenpeace) che hanno confermato come, in alcuni casi, grazie a questa modalità, si arrivi all’80% dei nuovi donatori acquisiti.

I ragazzi reclutati per via indiretta, spesso con annunci di lavoro su giornali o internet, che cosa ci guadagnano? Qui meglio stendere un velo pietoso. All’apparenza, per l’uomo della strada, appaiono solo “angeli del vero volontariato” con l’ideale di salvare qualche vita nel Terzo Mondo.

“Noi mercenari del non profit, paghe da fame nell’indifferenza delle organizzazioni umanitarie che rappresentiamo” dicono alcuni.

Sul fronte dell’impiego, però, quello del “face to face” è un mondo molto variegato e non esente da sistemi di precariato. La maggior parte dei “dialogatori” verrebbe infatti reclutata attraverso apposite agenzie di comunicazioni e direct marketing, che li impiegano con contratti a cottimo o a provvigione. Anche la parte della formazione è svolta dalle agenzie e spesso, più che sui temi umanitari, i ragazzi vengono istruiti sulle tecniche di vendita più efficaci.

“Siamo dei mercenari, mercenari del non profit sì, ma pur sempre mercenari. Il nostro unico obiettivo è beccare la preda giusta, di sociale c’è ben poco” aggiunge la “dialogatrice” Marianna, che a Roma ha lavorato per Unhcr, Save the children e Unicef.

La sua testimonianza, insieme a quella di altri ragazzi, racconta un mondo di giovani precari, senza tutele e paghe da fame. Nel mirino dei giovani ci sono le agenzie che fanno da tramite, come la Appco, leader nel settore.

Tuttavia, le accuse ricadono indirettamente anche sulle organizzazioni di cui i “dialogatori” si fanno portavoce negli angoli delle città.

“Si pensa ai diritti dei rifugiati, dei bambini, dell’ambiente, ma non di coloro che permettono alle raccolte fondi di proliferare – aggiunge Maura – non c’è neanche niente di illegale, perché formalmente siamo collaboratori o liberi professionisti, ma di certo è tutto poco etico, soprattutto se si pensa che a commissionare il servizio ‘face to face’ sono spesso Ong od associazioni che si occupano di tutela dei diritti”.

Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Unhcr, però, hanno pensato a firmare un documento di Buone Prassi “per garantire maggiore trasparenza e affidabilità” nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno infatti lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

E sul nostro territorio? Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face to face’.

Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (Onp) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face to- ace’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione e anche del personale coinvolto: “i dialogatori”.

Il ‘face to face’, conosciuto anche come dialogo diretto, anche in Italia è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le Onp.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai “dialogatori” e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i “dialogatori” devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers.

Da reporter di guerra mi piacerebbe vedere queste giovani braccia “cittadine” spendersi nei luoghi martoriati dalle bombe e dai kalashnikov, nei campi profughi dove milioni di persone di ogni età che hanno perso tutto, vivono come “Se questo è un uomo”, sotto il sole cocente, o il freddo gelato, con mezzo litro d’acqua al giorno e  in accampamenti simili a gironi infernali. E ce ne sono tanti di “angeli veri” che rischiano la vita per un minimo rimborso spese.

Marcello Di Meglio

 

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