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LO STATO DELL’ EURO E IL SUO IMPATTO SULL’ECONOMIA DELLA LIGURIA

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porto anticoGENOVA. 15 OTT. La Liguria è certamente una delle regioni italiane che hanno subito una delle più profonde trasformazioni negli ultimi decenni. Questa piccola striscia di territorio montagnoso affacciata sul mare Tirreno aveva fino a pochi anni fa un’economia basata sull’industria, e in particolare sull’industria pesante. Genova costituiva uno degli apici del triangolo industriale da cui si originò il boom economico del Nord negli anni ’60, ed era un polo che poteva contare su un immenso porto da cui i prodotti italiani partivano per altre destinazioni.

A Genova erano fiorenti l’industria dell’acciaio, i cantieri navali, l’industria pesante in generale ma anche alcune produzioni elettroniche e il settore manifatturiero in generale. Ma anche altre località liguri erano sede di importanti industria, come Savona, La Spezia, Vado Ligure o Finale Ligure. È quindi facile immaginare come questa regione abbia subito gli effetti dell’ondata di privatizzazione e deindustrializzazione che ha colpito l’Italia a partire dagli anni ’80. I grandi stabilimenti industriali hanno ridotto enormemente la loro capacità produttiva, oppure hanno chiuso completamente, lasciando enormi spazi industriali alla ruggine.

La crisi degli ultimi anni e la concorrenza globale hanno ulteriormente affossato l’industria ligure. L’euro – anche a causa dell’andamento del cambio eurusd – non ha favorito questa regione, con l’industria pesante e quella metallurgica che si sono ritrovate a competere con quelle tedesche (decisamente più forti).


La Liguria oggi prova a recuperare terreno puntando sul turismo e sulla crocieristica. Grazie a Schengen e alla moneta unica la mobilità interna in Unione Europea è diventata più semplice, e porti come Genova o Savona sono diventati i punti di imbarco di riferimento per crocieristi non solo italiani, ma anche francesi, tedeschi, austriaci e così via. Genova in particolare, grazie a attrazioni come l’Acquario di Genova e il Porto Antico sta vedendo giungere dei flussi turistici che erano inimmaginabili fino a trent’anni fa, quando la skyline della città era dominata dalle ciminiere e dagli altoforni.

Più ambiguo è invece l’impatto dell’euro sui porti commerciali della Liguria. Mentre Schengen fa sì che le merci possano fluire liberamente dai porti di Genova, Savona, La Spezia e Vado verso destinazioni in altri paesi dell’UE, è però vero che queste merci sono ormai in larghissima parte prodotte all’estero. Per quanto grande possa essere l’afflusso di navi container nei porti liguri a livello occupazionale ed economico questi non possono rimpiazzare l’industria. E non si può poi non citare l’incompatibilità della crescita smisurata dei porti con le risorse ambientali della Liguria, polo di attrazione per il turismo e oggi più che mai in pericolo.

E ora parliamo di un altro importante settore dell’economia ligure: il vivaismo , grazie al clima unico del nostro paese, e la Liguria, in particolare l’estremo ponente, è uno dei poli di questa produzione. Anche qui, l’euro ha reso più facili le commesse provenienti da altri paesi europei (in particolare Germania e Francia, che sono le principali mete dell’export di prodotti vivaistici italiani), ma la crisi ha colpito duramente, e le aziende liguri, spesso piccolissime, hanno sovverto del crollo delle commesse pubbliche.

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