Delitto di Molassana, Enzo Morso: “Ci sono andato per tutelare mio figlio”

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Delitto di Molassana, Enzo Morso: “Ci sono andato per tutelare mio figlio”

GENOVA. 5 SET. Ieri oltre all’arresto ad opera della polizia di Marco Mor N’Diaye, già in carcere per ricettazione e porto abusivo di arma da fuoco e di Christian Beron Tovar detto Escobar, il colombiano che era ancora libero, si è svolto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Ferdinando Baldini per Enzo Morso, padre di Guido in merito all’omicidio di Davide Di Maria avvenuto lo scorso 17 settembre a Molassana.

Enzo Morso, che è difeso dall’avvocato Mario Iavicoli, si era costituito sabato scorso dopo due settimane di latitanza.

Enzo Morso che è accusato di detenzione e porto abusivo di arma clandestina, ha precisato come fosse andato all’incontro per tutelare il figlio: “Avevo capito che non c’era da fidarsi – ha spiegato Enzo Morso – e che poteva andare a finire male. Ma sono arrivato senza la pistola”.

 

“Quando sono arrivato nell’appartamento – spiega Morso – sono stato aggredito da Marco N’Diaye. Era armato e mi ha colpito più volte. Io mi sono solo difeso e non ho visto cosa succedeva”.

Da una ricostruzione degli investigatori della squadra mobile di Genova, Davide Di Maria, MArco N’Dyae e Cristian Beron avrebbero avuto un debito di droga con Guido Morso.

Dopo aver cercato, in vari modi, tra cui il pestaggio dei due giovani a San Fruttuoso di recuperare il denaro dovuto a Morso, i tre avrebbero organizzato una trappola, dove a scompaginare le carte sarebbe stata la presenza proprio di Enzo Morso. Il tutto sarebbe degenerato in una violenta rissa e nell’omicidio.

La vicenda è ancora piuttosto intricata. Guido Morso si costituisce e dice di aver ucciso lui il Di Maria con un colpo di  pistola, invece, il proiettile viene trovato conficcato in un ferro da stiro. Di Maria viene ucciso con una coltellata, ma il coltello non si trova.

Ed ancora la vicenda delle fascette trovate ai polsi del giovane ucciso. Una messa in scena? La storia del gioco per provare la forza del giovane lascia diversi dubbi. Ma questo è compito dell’attività investigativa, non certo nostra. L.B.

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