Consumisti consumati

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Consumismo
Consumismo, consumisti
Consumismo, consumisti

GENOVA. 24 DIC. In specie (ma non solo) nella presente liturgia natalizia, permane nel concetto di “ consumismo ” un rischio latente, etimologico: “consumarsi”. Venire risucchiati nel gorgo di una regola che impone di investire risorse in null’altro che apparenza, nel quotidiano e vano inseguimento di un consenso solo formale.

Ciò trova proprio vacillante limite nella diffusa perdita del controllo e della sensatezza, nel bisogno di identificarsi in una astratta sopravvalutazione dell’ “altro” ed in una conseguente svalutazione, svalorizzazione di “sè”.

Ciò, riflettendo un istante, è facile deduzione: la quota di importanza che dedichiamo ed elargiamo a piene mani all’esterno, la sottraiamo a noi stessi: da una parte entra, dall’altra esce, come nel principio dei vasi comunicanti.

 

Ma non è neppure il caso di temere che, per eccesso, attribuendo valore ed importanza a noi stessi, ci si ritrovi in un solipsismo ipertrofico, nella tragica deriva di un pensiero misantropo.

Come che sia, con somma evidenza, rincorrere lo stereotipo, il modello, logora, consuma. E sottoporsi allo pseudo-rilassamento di un compulsivo esercizio ginnico, non ne limiterà i danni, nel tempo.

In tal senso, il concetto di “consumista consumato” è adeguato al contesto e, come tutto, non può sottrarsi ad una duplicità interpretativa.

Infatti, da un parte, insiste un “consumismo” idolatrato da un proselitismo avvezzo, “consumato”; dall’altra, insiste e resiste un consumismo passivante, che depaupera, in tutti i sensi, il forzato della moda.

Una complessa diade su cui è opportuno ri-assumere un pertinente e dissacrante pensiero di K. Kraus: “La libertà di pensiero ce l’abbiamo: ora ci vorrebbe il pensiero”.

Massimiliano Barbin Bertorelli

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