Complicare è semplice. Illogica del quotidiano

Complicare è semplice. Illogica del quotidiano

Complicare è semplice. Illogica del quotidiano

GENOVA. 19 MAR. E’  illimitata la capacità ed inusitata la frequenza con le quali l’uomo riesce a complicarsi la vita.

Tale aspetto lo distanzia progressivamente dal concetto di esperienza intesa come strumento utile a trarre beneficio potenziale da ogni altra precedente situazione, secondo un metodo adattivo ampiamente collaudato, fin dalle origini, da ogni essere vivente.

Nonostante ciò, egli pare affrontare da neòfita le cose e le vicende ordinarie, implicando una tal gravità e malcelato timore da appesantire, oltre sé stesso, anche chi, a turno, ne segue le sorti.

Impresa ancor più colossale ed inarrivabile,  riesce persino  a complicare  le cose più “semplici”:  quelle che, se anche meritassero la  nostra “occupazione”,  no di certo la nostra “pre-occupazione”.

A questo punto del discorso, per meglio chiarire il sintetico e provocatorio assunto, è opportuno esprimere una possibile connotazione di “semplice”, attribuendone il significato a tutto ciò che caratterizza e promana dalla originaria natura umana.

Bere è una cosa semplice (disponendo d’acqua), “più facile ancora è respirare” canta Lucio Battisti.  E, nella categoria delle cose semplici, a pieno titolo rientrano il confronto con i propri simili, dialogare, esporre i propri pensieri, esprimere sentimenti, qualità essenziale e miracolosa della nostra esistenza.  Inoltre, su tali basi, assegnare adeguate priorità.

In questa prospettiva,  la priorità assegnata ad una comunicazione latitante,  quantomeno alterna e diffidente o, ancor peggio, tattica e strumentale,  é causa certa di complicanza e di incrinature nei rapporti sociali di qualsivoglia tipo.

Tatticismi indotti, forse, da eccessiva riverenza o timore verso l’altrui “giudizio”,  da un’innata attenzione nel soppesare ogni singola parola, da un’ avara inclinazione emotiva  tale da escludere gli “altri” piuttosto che includerli,  dal sottrarre piuttosto che aggiungere, dall’omettere  o mistificare piuttosto che rivelare.

Di certo “mettere in comune”  diviene  un concetto denso di ostacoli, complesso e “rischioso”. Un percorso condiviso che tuttavia assolve alla funzione di inquadramento delle singole questioni, semplificandone la portata ed anticipandone l’eventuale risoluzione.

A tal proposito, può aiutare a circoscriverne l’ambito la seguente riflessione di J. Lec:  “il peso di un problema va calcolato al lordo, noi compresi”.

Introdurre troppe variabili in un’equazione  confonde ed allontana la sempre possibile soluzione. Non di meno, ne accresce la difficoltà.  E costituirci noi stessi ad impedimento  diviene illogico, oltreché nocivo.

A questo punto, ipotizzando una timida ed umbratile veridicità dell’assunto, azzardo una conclusiva proposta: non è il caso di considerare un vero e proprio “reato” tale dannosa propensione a complicare? Non è il caso di prevedere una sostanziosa ammenda per un comportamento così inutilmente inglorioso e civicamente logorante?

Massimiliano Barbin Bertorelli


Rispondi