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Caso navi militari in Libia: martedì ministra Difesa Pinotti in Parlamento

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ROMA. 30 LUG. Caso navi italiane in Libia. Dopo annunci governativi di “armiamoci e partite” e imbarazzanti smentite del Premier tripolino sostenuto dall’Ue e dall’Onu, Fayez al Serraj, è necessario aspettare l’intervento della ministra della Difesa, Roberta Pinotti, previsto per martedì prossimo dinanzi alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, per avere certezze sulla missione in Libia.

Insieme con il titolare degli Esteri, Angelino Alfano, la ministra Pinotti dovrebbe chiarire ufficialmente i dettagli dell’operazione navale, autorizzata dal Consiglio dei Ministri il 28 luglio scorso. Il rincorrersi di “notizie sovradimensionate” negli ultimi giorni, infatti, ha solo aumentato la confusione su un argomento complesso ed avrebbe “irritato” sia il governo di accordo nazionale di Tripoli di al Serraj che Palazzo Chigi, costretto ad annunci più o meno ufficiali per tranquillizzare i libici e “per riportare i fatti alla dimensione corretta”.

Unica certezza: due navi pronte per partire alla volta della Libia.


Al momento, l’unica certezza dovrebbe essere il numero di due navi della Marina, tra quelle della missione nazionale Mare Sicuro, che quest’anno dispone al massimo di quattro navi (e non cinque come alcuni ripetono citando dati relativi all’anno scorso), oltre a 700 uomini e cinque mezzi aerei. Lo Stato maggiore della Difesa ha anche smentito l’avvenuta partenza di un mezzo navale in ricognizione nelle acque libiche: “Nessuna unità navale della Marina Militare è ancora salpata per attività di ricognizione all’interno delle acque territoriali libiche, peraltro necessaria premessa per lo sviluppo di un successivo intervento. Si farà solo dopo una direttiva politica e in accordo con i libici”.

A questo punto, occorre fare un passo indietro per riordinare il mosaico dei fatti. Ieri era circolata l’informazione che un pattugliatore della Marina Militare italiana fosse già partito per le acque antistanti la Libia, dove avrebbe fatto una ricognizione finalizzata a mettere a punto, in base alle richieste ed alle esigenze delle autorità libiche, i dettagli della missione di supporto alla Guardia Costiera di Tripoli. La partenza dell’unità navale avrebbe ricevuto il via libera del Consiglio dei Ministri venerdì scorso. Secondo imprecisate fonti del Governo, il sopralluogo si sarebbe dovuto concludere entro martedì, ossia il giorno in cui la delibera del Consiglio dei Ministri sarà effettivamente sottoposta al Parlamento.

“Le navi italiane in Libia sono un elemento importante. Di fatto, la Libia fa affidamento sull’Italia e ha chiesto al governo italiano una mano” aveva dichiarato la ministra Pinotti venerdì scorso durante l’evento pubblico “Caffè della Versiliana”.

“Se tu entri con una nave straniera in acque straniere senza autorizzazione – aveva aggiunto Pinotti – è un atto ostile. Chi parla di blocco navale forse non sa cosa è. Non vuol dire che blocchi i migranti, si tratterebbe di un ulteriore atto ostile. Chi dice che l’operazione poteva essere fatta prima non considera che questo tipo di missione non può essere fatta se il paese sovrano non lo vuole”.

Inoltre, alla domanda sui metodi operativi, la ministra si era sbilanciata così: “Quali saranno le regole di ingaggio in Libia? Nel momento in cui un Paese ci chiede una mano la prima cosa che sarà fatta è parlare ai libici e decidere cosa fare insieme. Risponderemo al fuoco se attaccati? Questo sempre, in ogni occasione. Ma per i dettagli risponderò martedì in Parlamento. Si tratta di una strategia di lungo periodo. In una situazione di grande fragilità abbiamo lavorato per la stabilità della Libia. Abbiamo addestrato la guardia costiera libica e riconsegnato i pattugliatori che erano stati distrutti. La nostra Marina, impiegata nella missione europea ‘Sofia’, ha fatto un serio addestramento. Poi c’è stato il combattimento per riprendere Sirte, quando la Libia rischiava di diventare un altro califfato. Abbiamo costruito un ospedale da campo che è ancora attivo. Facciamo opera di sminamento, perché ci è stato richiesto. Ora siamo in una terza fase. La Guardia costiera libica si trova a combattere con scafisti molto agguerriti, che sparano. E su richiesta del presidente Serraj la Libia oggi ha chiesto una mano all’Italia”.

Colpo di scena e marcia indietro di Tripoli.

Poi , però, il colpo di scena inatteso, che ha spiazzato molti. Lo stesso Fayez al Serraj, dopo l’incontro di mercoledì scorso con il Presidente del Consiglio Gentiloni, ha confermato un comunicato ufficiale del Governo libico in cui il leader di Tripoli ha negato di aver mai chiesto all’Italia di inviare navi italiane nell’ambito della lotta alla tratta di esseri umani.

In un comunicato ufficiale diffuso dall’Agenzia Nova, Serraj definiva “infondate le notizie di una richiesta della Libia di intervento italiano” e sosteneva che la diffusione di queste informazioni tende a “minare l’esito dell’incontro avuto a Parigi martedì scorso con il generale Khalifa Haftar”.

Ecco, appunto, il “nodo gordiano” dell’affaire Libia. Haftar è l’alter ego, sembrerebbe molto alter e poco ego di al Serraj, a capo del Governo alternativo libico con sede a Tobruk in Cirenaica, sostenuto dall’Egitto. Più che il “premier” Haftar, qundi, a comandare è un vero esercito forte di 50mila armati, tra regolari e parecchi mercenari di mezza Africa.

L’incontro parigino di martedi scorso tra al Serraj ed il capo dell’Esercito nazionale libico, ritenuto (al contrario di al Serraj) il vero uomo forte di quella regione, nelle intenzioni avrebbe dovuto servire ad avvicinare le parti e a stabilizzare la Libia, portandola verso le elezioni.

Dopo l’annuncio di Gentiloni dell’invio di navi italiane, però, Tripoli ha fatto nuovamente marcia indietro e in un’altra nota di chiarimento, inviata dal Ministero degli Esteri, ha comunicato che “nel quadro degli sforzi compiuti dal Governo Italiano per sostenere e rafforzare le capacità della Guardia Costiera Libica, il suo Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale ha richiesto al Governo Italiano un sostegno tecnico, logistico e operativo, per aiutare la Libia nella lotta al traffico di esseri umani e salvare la vita dei migranti”. Ossia un comunicato che dice tutto e niente.

La faccenda resta comunque molto strana. Anche perché va aggiunto che Gentiloni aveva parlato della richiesta che Serraj ora nega, dopo aver ricevuto il libico a Palazzo Chigi mercoledì scorso. Durante la conferenza stampa congiunta, Gentiloni aveva detto: “Serraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro Ministero della Difesa. Le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa con la Libia e, innanzitutto, con il Parlamento. Ma devo essere molto chiaro che questa richiesta può rappresentare un punto di novità molto importante nella lotta ai trafficanti di essere umani”.

Insomma, sembra che la palla rimbalzi di mano in mano tra Roma e Tripoli in manovre diplomatiche che sanno di melina da centrocampo e indecisioni tattico-strategiche sulla scena internazionale.

E’ chiaro allora che si vuole aspettare il via libera parlamentare per evitare l’accusa di aver cominciato una missione non ancora autorizzata e l’avvio dipenderà quindi dalla velocità decisionale di Montecitorio e Palazzo Madama.

A questo proposito, peraltro, un’interpretazione giuridica sostiene che non sarebbe stato necessario il passaggio parlamentare perché si tratta dell’estensione di una missione (Mare Sicuro) a suo tempo approvata.

A sostegno di questa tesi si fa l’esempio della missione “Ippocrate” avviata nel settembre 2016, cioè l’allestimento dell’ospedale militare a Misurata con 300 uomini tra sanitari e personale di scorta della Brigata Folgore. In quel caso ci fu solo un’informativa alle commissioni seguita da una risoluzione parlamentare in appoggio alla decisione del governo. All’epoca, però, si trattava di una missione umanitaria mentre stavolta, a prescindere dalle interpretazioni giuridiche, il peso politico della decisione è diverso.

L’aiuto delle navi italiane nel concorrere a presidiare l’eventuale area Sar (ricerca e soccorso) libica sarebbe determinante e comunque nelle prossime settimane potrebbe entrare nel vivo la creazione delle due sale operative di cui si parla da tempo. Come spiegò il 5 luglio scorso al Comitato Schengen il generale Stefano Screpanti, comandante del III Reparto-Operazioni della Guardia di Finanza, si pensa di “fare in Libia due centri: un centro marittimo di soccorso e una sala operativa di contrasto. La direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia di frontiera con l’Unione Europea sta mettendo a punto un progetto per creare queste due strutture”.

Screpanti precisò che per il centro di coordinamento del soccorso l’aiuto verrà dalla Guardia costiera italiana mentre per la sala operativa il supporto sarà della Guardia di Finanza, competente sul fronte del contrasto e dell’investigazione. I tempi tecnici non saranno brevi, nel frattempo molte speranze sono riposte nella missione navale.

I possibili ulteriori mezzi messi in campo, forse anche un sottomarino.

Come si è appreso dalle imprecisate fonti governative venerdì scorso, il Consiglio dei Ministri avrebbe affidato il comando della nuova missione italiana di sostegno alla Libia nel contrasto ai trafficanti di esseri umani a una delle nuove sofisticate imbarcazioni della Marina militare, la Fremm Bergamini, dotata di un sistema di autodifesa antiaerea AAW (Anti Air Warfare) basato sul missile Aster 15, di missili superficie/aria MBDA Aster 30 per la difesa antiaerea e di un sistema di difesa ASuW (Anti Surface Warfare), basato sul missile Teseo/OTOMAT.

Si prevede inoltre l’utilizzo di altre quattro o cinque navi supportate da aerei, forse un sottomarino e sofisticati droni. Per la missione dovrebbero essere impegnati alcune centinaia di militari. L’iniziativa di cui si stanno definendo ancora i dettagli sarà dunque esposta dal Governo in Parlamento martedì prossimo, mentre le operazioni s’inizierebbero già mercoledì. Sempre martedì si capirà chi sarà messo a capo dell’intervento e a chi dovrà rispondere.

Tale manovra estenderebbe alle acque libiche l’operazione militare europea Eunavfor Med-Sophia, guidata dall’ammiraglio Enrico Credendino, che in questi giorni è stata prorogata dal Consiglio Europeo fino al 31 dicembre 2018.

L’operazione permetterebbe di compiere ispezioni, fermi, sequestri e dirottamenti anche nelle acque della Libia, dove ad oggi è possibile agire solo su richiesta della Guardia costiera libica e non più soltanto in acque internazionali. Anche se non è possibile sapere se tale azione permetterà effettivamente un azzeramento dei flussi migratori, è prevedibile una riduzione dell’attività delle varie Ong e degli sbarchi sulle nostre coste.

L’intervento, sempre che martedì riceva il via libera, secondo il Governo rafforzerebbe maggiormente la collaborazione tra i due Paesi: “l’Italia infatti si occupa già della formazione della Marina libica nel porto di Tripoli. Diversi sforzi sono già stati fatti dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, che il mese scorso aveva incontrato le autorità libiche riconsegnando dieci motovedette restaurate”.

Marcello Di Meglio

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  1. Con una maestra d’asilo ministra dell’Istruzione e un’ex-insegnante di lettere alla Difesa, giusto per non elencarli tutti, gl’italiani possono dormire sonni tranquilli.

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