Autopsia e teste sinti inguaiano il calabrese: non è legittima difesa

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Bar il Risveglio 77. Qui sono stati uccisi padre e figlio. Oggi i funerali
La polizia interviene sul luogo del duplice delitto in strada a Pegli
La polizia interviene sul luogo del duplice delitto, avvenuto l’altra sera in strada a Pegli (foto Enrico Ghigino)

GENOVA. 28 APR. Sparatoria Pegli: le due giovani donne, alle quali erano stati rivolti i pesanti apprezzamenti l’altra sera al bar Risvegli 77 , non si trovano o, almeno, non rilasciano pubbliche dichiarazioni. La versione ufficiale sui fatti degli inquirenti, non c’è ancora. Tuttavia, quella fornita dal calabrese arrestato comincia a vacillare. L’autopsia non farebbe tornare i conti e un teste smentisce quella della legittima difesa.

La polizia prosegue quindi le indagini sul duplice omicidio, avvenuto l’altra sera in strada davanti al bar, di Adriano e Walter Lamberti, 51 e 27 anni, genovesi di origini sinti, abitanti in via Ungaretti. In stato di fermo c’è Salvatore Maio, 62 anni, residente in via II Dicembre 1944 al Cep e originario di Rizziconi (Reggio Calabria) che era già stato condannato per omicidio nel 1980 e risultava “attenzionato” dagli investigatori per l’indagine sulla ‘ndrangheta genovese “Maglio 3” per cui sono stati tutti clamorosamente assolti.

Mentre gli investigatori analizzano e riguardano con minuziosa attenzione ogni “frame” delle telecamere della zona, ascoltano testimoni ed aspettano gli esiti delle analisi della polizia Scientifica (soprattutto su impronte e tracce rinvenute sull’arma del delitto) ieri pomeriggio è stata effettuata l’autopsia. I due sinti sarebbero stati raggiunti da un proiettile ciascuno. Uno al torace e l’altro al ventre. Due colpi un po’ troppo precisi, che potrebbero smentire la versione della violenta aggressione subìta e raccontata dall’arrestato, ancora ricoverato e piantonato al San Martino.

 

Salvatore Maio ha ammesso di avere ammazzato padre e figlio, ma agli inquirenti ha ripetuto all’infinito che si è trattato di legittima difesa: “Ho difeso me e le donne”. In sostanza, ha dichiarato che, dopo la lite al bar Risvegli 77 per i pesanti apprezzamenti alle due ragazze “scomparse” da parte di un terzo sinti, lui li ha “invitati” fuori, ma è stato accerchiato da 4 di loro e picchiato. Quattro contro uno. A quel punto ha avuto paura, ma si è difeso e nella colluttazione la loro pistola è caduta a terra. E’ riuscito quindi a raccoglierla e ha fatto fuoco.

Il genero del sinti ucciso, che è stato ascoltato come testimone, ha però smentito tale versione dei fatti. In sintesi: non è stata legittima difesa e la pistola non apparteneva a loro, ma al killer che ha sparato. C’è stata la lite al bar e sono usciti in strada, il calabrese ha tirato fuori la Beretta 7,65 e ha sparato. Stava per fare fuoco anche contro di lui, ma è riuscito a disarmarlo, costringendolo alla fuga (i poliziotti lo hanno poi acchiappato poco dopo a casa di un parente). Durante la concitazione del momento, il genero non si è accorto che la pistola era vera e che i suoi parenti giacevano a terra sanguinanti. Quando il calabrese è scappato, ha tentato di rianimare i congiunti, ma non c’è stato nulla da fare. Adriano è morto lì, il figlio Walter un’ora dopo all’ospedale.

 

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