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10 trucchi per non farsi subito riconoscere come italiani quando si parla inglese

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10 trucchi per non farsi subito riconoscere come italiani quando si parla inglese

GENOVA. 12 DIC. Purtroppo, come tutti sappiamo, non sempre noi italiani siamo maestri delle lingue straniere. Perfino in inglese, la lingua più parlata al mondo, commettiamo errori che spesso ci rendono individuabili al primo colpo da chiunque ci senta parlare. Proviamo ad esaminare insieme alcuni di questi errori e, magari, a scoprire come smettere di farli.

Ricordiamo che il trucco migliore per non fare figuracce sta nel frequentare un corso di inglese a Genova

1. Lunghezza dei suoni. Capita molto spesso che due parole differenti tanto nella grafia che nel significato si differenzino nella pronuncia solo per il prolungamento di una vocale. Le nostre orecchie italiane non sono abituate a notare queste differenze che invece, per gli inglesi, sono banali e scontate. A volte questo non causa problemi, altre crea spiacevoli fraintendimenti, come nel caso in cui pronunciando la parola “beach”, spiaggia, dimentichiamo di allungare la vocale, pronunciando così un’altra parola, dal significato diverso e piuttosto volgare.


2. Omofonia. La controparte del punto precedente: occhio alle parole con lo stesso suono ma grafia e significato differenti, come per esempio “knows”, terza persona singolare del verbo conoscere e “nose”, naso, la cui pronuncia è praticamente identica.

3. “It’s-a me!”. In italiano le parole che non terminano con una vocale sono rarissime e per lo più si tratta di prestiti da altre lingue. Proprio per questo motivo, come il famoso Super Mario, tendiamo ad aggiungere una vocale alla fine di molte parole inglesi che, invece, non ne avrebbero nessun bisogno. Questo è forse il più caratteristico dei nostri errori, tanto da essere alla base di tante parodie e stereotipi sui nostri connazionali. Occhio, perciò, a tenere a bada questa tendenza se non volete sembrare un gangster italoamericano degli anni ’20!

4. Verbi irregolari. Il grosso dei verbi inglesi forma il passato aggiungendo il suffisso “-ed” alla fine del verbo nella sua forma infinita ma questa regola, come tante nell’inglese, ha un’infinità di eccezioni: molti verbi sono infatti irregolari (pensate che il passato di “to go”, andare, diventa “went”) e soltanto studio e pratica potranno aiutarvi a conoscerli.

Aiutatevi con lo studio e la pratica iscrivendovi a una scuola di inglese a Genova

5. Plurali. Così come i verbi, anche i plurali possono essere irregolari: non sempre quindi basterà aggiungere una “-s” alla fine della parola, ma occorrerà imparare caso per caso la forma plurale corretta. Tra le più comuni, ad esempio, ricordiamo “man”, uomo, che diventa “men” e “child”, bambino, che diventa “children”.

5. La forma impersonale. Ricordate sempre che in inglese gli oggetti inanimati, le stagioni e in generale tutto ciò che non si può collocare in uno dei due sessi, viene indicato con il pronome “it”. Resistete dunque alla tentazione di considerare una sedia una parola femminile o un libro maschile e quando non dite esplicitamente il soggetto usate sempre e solo “it”. Lo stesso vale per gli animali, anche se può capitare che un padrone molto affezionato al proprio cucciolo ne parli usando il maschile o il femminile.

7. I false friends. Per pigrizia o ingenuità, a volte, tendiamo a tradurre una parola per assonanza, dando così adito a tanti fraintendimenti. I cosiddetti “false friends”, falsi amici, sono quelle parole che a dispetto della somiglianza con un’altra parola in lingua italiana, hanno un significato del tutto diverso. Ad esempio, “argument” non significa argomento, ma “litigio”. Viceversa, non tagliate la vocale finale delle parole italiane nella speranza che abbiano tale corrispettivo in inglese.

8. La “g dolce”. Il suono che in inglese richiama la nostra g dolce, come quella della parola gioia, è sempre rappresentato con una lettera j. Perciò ricordate che se vi imbatterete in una lettera G, dovrete quasi sempre pronunciarla gutturale, come quella di gabbia. Occhio però alle poche eccezioni quali “gym” o “ginger”.

9. Frasi idiomatiche. Se i false friends sono parole con suono simile e significato diverso, i modi di dire invece hanno significato simile, ma sono formati da parole completamente diverse. Non possiamo quindi semplicemente tradurli alla lettera, ma dovremo trovarne l’equivalente. Per esempio definire qualcosa “a piece of cake”, un pezzo di torta, significa che quella cosa è estremamente semplice, ciò che in italiano definiremmo “facile come bere un bicchiere d’acqua”.

10. Americano e inglese. Infine, più una questione di stile che di correttezza, ricordate che ci sono differenze di pronuncia e a volte modi completamente diversi di definire un oggetto tra le due sponde dell’Atlantico. Nessuna delle due è sbagliata, ma sarebbe bene avere l’accortezza di non “mescolare” le parlate e, soprattutto, di essere sicuri che il nostro interlocutore conosca l’equivalente d’oltreoceano delle parole che usate: non è scontato che un americano sappia, ad esempio, che con “aubergine” (UK), intendete la melanzana, perché lui la chiamerebbe “eggplant” (USA).

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